Forza, in piedi!

Forza, in piedi! 
di Andrea Comisso
 

La città si risveglia, con i suoi scricchiolii e l'istinto di ricominciare, che è la somma di quello di tutti i suoi abitanti. Le vetrine dei negozi sono gli occhi, e si rimettono in moto per prime: alcune scattano, iperattive; altre bofonchiano, sonnacchiose. Qualcuna ha rinunciato ad alzarsi e la serranda rimane abbassata, tristemente. Altre apriranno più tardi. Ognuna cela, dietro le proprie opzioni di colore, di allegria o di essenzialità, il gusto di chi ci lavora e ci spende la vita. Dietro ogni vetro, l'emozione di un successo o lo sconforto di una strada in salita.

A monte di una cassetta di frutta, di una pila di libri, di uno scaffale di scarpe, di una piramide di brioches, ci sono baci dati in fretta ad una fidanzata che dormiva, occhiate di rassicurazione buttate nella stanza del figlio, per vedere che fosse rientrato, caffè venuti su mentre ancora ti cercavi. Pensieri che roteavano tra il progetto di una serata, la preoccupazione di un f24 che avevi nascosto nel cassetto per fingere che non esistesse, l'ansia di un referto medico, una delusione, una morte, una nascita, una rincorsa, un dolore. O una gioia. Spesso, troppo spesso, crediamo che le gioie siano poche. Non sono poche! È che noi siamo sintonizzati male e non le badiamo, quando arrivano.

Lo capiamo dopo, disgraziati noi; e ci tocca registrarle come occasioni perse. Non si tratta di "chi si accontenta gode". Tutt'altro: si tratta di vivere nel presente e raccogliere adesso quel che domani diventerebbe rimpianto. Così, quando prorompe, da dentro, quel campanello, quella voglia stramba di chiamare tua moglie per dirle che l'ami, senza motivo. O di abbracciare tuo figlio, o di chiamare un amico, senza che ce ne sia una ragione razionale, o di andare a guardare la città dall'alto, o di sorridere: beh, se non lo fai, sei un coglione.



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