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LA MANO ARTIFICIALE

Non serve a riempire i buchi della mia ignoranza: serve a mettere ordine nel poco che so. Giovedì scorso, verso sera, tre grandi servizi di intelligenza artificiale, ChatGPT, Claude, Gemini, sono andati giù insieme. Un amico ha commentato con la battuta che si fa in questi casi: e adesso lavora solo chi sa fare le cose da solo, gli altri aspettan…
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Non serve a riempire i buchi della mia ignoranza: serve a mettere ordine nel poco che so.

Giovedì scorso, verso sera, tre grandi servizi di intelligenza artificiale, ChatGPT, Claude, Gemini, sono andati giù insieme. Un amico ha commentato con la battuta che si fa in questi casi: e adesso lavora solo chi sa fare le cose da solo, gli altri aspettano. Aveva ragione. E aveva ragione anche su una cosa più scomoda, che ho pensato anch'io per mesi.

Fino a poco tempo fa, quando mi chiamavano nelle aziende a parlare di questi strumenti, dicevo per prima cosa quello che non funzionava. Che per costruirli è stato fatto il più grande furto di copyright della storia. Che pubblicare dieci post scritti dalla macchina, dove prima ne facevi uno tuo, vuol dire muoversi in fretta nella direzione sbagliata, ed erodere l'unica cosa che conta davvero quando comunichi: la fiducia. E che moltissimi la usano per chiedere cose che non sanno valutare, senza sapere che questi sistemi, quando non hanno una risposta, se la inventano.

Poi, il 17 luglio, su un treno per Milano, ho fatto una cosa che mi ha spostato. Insegno in una business school e non uso le slide da anni: preferisco improvvisare, farmi portare dalle domande di chi ho davanti. Il prezzo è che alla fine resta poco, nero su bianco, in mano ai partecipanti.

Quel giorno ho costruito un sistema che ascolta la lezione mentre la faccio e, in tempo reale, prepara le domande da somministrare mezz'ora dopo. Non domande generiche prese da un manuale: domande su quello che ho detto un attimo prima. E alla fine delle quattro ore, un riassunto con dentro i link ai libri e ai video che ho citato parlando.

Tornando a casa, la sera, ho capito che avevo appena toccato con mano un uso di questa nuova tecnologia che mi convince davvero. Finalmente. Non riempire i buchi della mia ignoranza. Mettere ordine nel poco che so.

È una distinzione che sembra sottile e non lo è. Se uso la macchina per fare una cosa che non so giudicare, il risultato è che consegno qualcosa di cui non rispondo. Se la uso per eseguire meglio una cosa che so fare, e che senza di lei mi costerebbe una settimana, allora il lavoro resta mio: cambia solo quanto tempo passo a fare la parte che non mi serve fare.

Ci ho messo un nome che a me serve per non confondermi: mano artificiale. Diventa intelligenza solo nel momento in cui le cedo il timone della visione, e quello è esattamente il momento in cui smette di lavorare per me.

Poi c'è l'obiezione vera, quella che il mio amico mi ha fatto dopo e che non si liquida con una battuta. Il tempo che risparmi non torna a te. Se prima una cosa richiedeva una settimana e adesso la macchina la fa in una notte, le richieste diventeranno più frenetiche, e il tempo libero che credevi di aver guadagnato si trasformerà in fretta. È già successo con la posta elettronica, coi fogli di calcolo, coi telefoni in tasca: ogni volta che abbiamo accorciato il tempo di esecuzione, qualcuno ha alzato la quantità attesa.

Non ho una risposta che chiuda la questione. Ho una constatazione, e riguarda solo me. Quella sera di giovedì, mentre i servizi erano giù, il lavoro che avevo chiesto la sera prima era già finito. Avevo passato la serata con la mia famiglia. Ho messo a letto i miei figli. Poi ho riletto tutto, con calma, e ho mandato.

Non è successo perché la macchina è veloce. È successo perché il tempo che ha liberato l'ho difeso, invece di riempirlo. È una decisione, e va presa ogni volta: nessuno strumento la prende al posto tuo, e nessuno strumento ti impedisce di sprecarla.

C'è un ultimo punto, ed è quello a cui penso più spesso. Oggi questa tecnologia è in mano a gente come me, che smanetta. Fra poco sarà in mano a persone che di tecnico non hanno niente. E allora il vantaggio non sarà più saper premere i tasti giusti: sarà avere qualcosa da dire. Avere la visione di una cosa che non esiste e che serve a qualcuno, e la faccia tosta di accorgersi che adesso non ti ferma più niente: non i soldi, non il tempo, e nemmeno il fatto che non sai come si fa.

Il rischio, ovviamente, è l'opposto: che tutti pubblichino di più e che tutto diventi uguale. Sta già succedendo. Ma la macchina, in questo, è solo uno specchio molto veloce: se non hai niente da dire, adesso lo scopri prima, e lo scoprono prima anche gli altri.

Di Federico Vitiello, alleniamoimprese.it Breve biografia: https://www.24orebs.com/docenti/federico-vitiello


 

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