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«Ma questo lo hai scritto tu?»

Intelligenza artificiale · La rubrica di Federico VitielloQuando scrivere non costa più fatica, il lettore comincia a dubitare del mittente: la macchina ha alzato il prezzo dell'autenticità.
 |  Federico Vitiello  |  Intelligenza artificiale
«Ma questo lo hai scritto tu?»

Intelligenza artificiale · La rubrica di Federico Vitiello

Quando scrivere non costa più fatica, il lettore comincia a dubitare del mittente: la macchina ha alzato il prezzo dell'autenticità.

Qualche giorno fa un amico, alla fine di una discussione lunga e seria sulle macchine che scrivono, mi ha fatto una domanda con la faccia di chi provoca ma non del tutto: quello che hai appena scritto lo hai scritto tu, o sto parlando con uno dei tuoi collaboratori?

Poi ha aggiunto: brutta cosa poterlo anche solo pensare, vero?

Sì. È brutta, ed è nuova.

Per tutta la storia della scrittura, chi leggeva ha avuto un'unica garanzia, e non era la firma: era il fatto che scrivere costasse fatica. Non che fosse impossibile falsificare, ma che non convenisse. Un testo lungo, coerente e adatto a te era la prova che qualcuno aveva speso del tempo per te.

Quella garanzia è caduta. Oggi un testo lungo, coerente e apparentemente adatto costa trenta secondi. E il lettore, che questo lo sa, ha cominciato a fare una cosa che prima non faceva: dubitare del mittente.

È un cambiamento più profondo di quanto sembri, e non riguarda gli scrittori. Riguarda le condoglianze, gli auguri, la lettera di presentazione, la risposta del servizio clienti, il messaggio dell'amico che si scusa per il ritardo. In ognuna di quelle occasioni il contenuto contava meno del gesto: ti ho pensato, mi sono seduto, l'ho scritto. Se il gesto non costa più niente, il contenuto resta solo, e da solo è poca cosa.

La reazione più comune è chiedere una regola: dichiariamo sempre quando un testo è stato scritto da una macchina. Mi sembra giusto e mi sembra insufficiente, per un motivo semplice: nessuno dichiarerà mai la percentuale. Ho dettato io e ha sistemato lei? Ho scritto io e ha tolto le ripetizioni? Ha scritto lei e ho riscritto due paragrafi? Sono tre cose diverse e nessuna etichetta le distingue.

Io ho scelto un criterio più ruvido, e me lo tengo.

Ho passato settimane a scrivere, per il mio assistente, non i testi ma le regole: come parlo, cosa non dico mai, quali parole non uso, dove metto le virgole e perché a volte le sbaglio. Non l'ho fatto per essere più veloce. L'ho fatto perché quello che esce, se non mi somiglia, non lo mando.

E c'è una cosa che ho smesso di fare: farmi correggere i testi. Li scrivo, e resto con le frasi troppo lunghe, le virgole nei posti sbagliati, la lettera di troppo che scappa. Non è civetteria. È che in un'epoca in cui il testo perfetto lo produce chiunque, gratis, in dieci secondi, il perfetto ha smesso di essere un segnale. Quello che resta come segnale è esattamente l'imperfezione: è l'unica cosa che una macchina, addestrata a stare in mezzo, non ha nessun motivo di produrre.

Non so se sia una difesa che regge a lungo. Probabilmente no.

Ma la domanda del mio amico contiene già la risposta, e la contiene per tutti, non solo per chi scrive di mestiere. Se qualcuno può ragionevolmente sospettare che le tue parole non siano tue, il problema non è la macchina: è che le tue parole non erano abbastanza tue neanche prima. Erano già medie, già prevedibili, già intercambiabili.

La macchina non ci ha tolto l'autenticità. Ha alzato il prezzo per dimostrarla, e ha reso molto più facile accorgersi di chi non ce l'aveva.

Federico Vitiello, alleniamoimprese.it

Short bio: https://www.24orebs.com/docenti/federico-vitiello
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