Lo sai quanti supermercati ci sono a Trieste?

Lo sai quanti supermercati ci sono a Trieste?
Quarantasette, più ventitré minimercati. Settanta punti vendita in una città di duecentomila abitanti. Il numero però non dice quasi nulla, perché la sorpresa arriva quando lo si divide per i residenti: Trieste ha 247 metri quadrati di superficie di vendita ogni mille abitanti, contro i 450 di Udine, i 372 di Gorizia, i 338 di Pordenone. Siamo ultimi in regione. La città che tutti chiamano per scherzo "la città dei supermercati" è, in proporzione, la meno servita del Friuli Venezia Giulia.
Ci sembrano troppi per tre ragioni molto terrene. Trieste è stretta e lunga, e le insegne stanno tutte sulle stesse quattro direttrici, una dietro l'altra. Le aperture si sono concentrate negli ultimi anni, quindi colpiscono. E molte hanno riqualificato ruderi — l'ex Maddalena, l'ex Sadoch di via del Pollaiuolo, via Salata, via Vigneti — per cui un edificio che per vent'anni era buio adesso è illuminato e si vede.
Poi c'è il sindaco. Roberto Dipiazza porta da sempre il soprannome di "el botegher", nato dai suoi inizi: a quindici anni garzone in una bottega all'angolo tra via del Coroneo e via Fabio Severo, la scuola lasciata dopo la terza media, il primo supermercato aperto nel 1983. In quello stesso angolo di città, oggi, nel giro di trecento metri, ci sono due Aldi e un Lidl. È un dettaglio che si commenta da solo, e da anni alimenta l'accusa che Trieste sia diventata così perché a guidarla c'è un uomo che quel mestiere l'ha fatto davvero.
L'accusa è comoda ma tecnicamente fragile, e vale la pena spiegare perché. Un sindaco non decide dove apre un supermercato: le aperture di media superficie sono liberalizzate dalla normativa regionale sul commercio e passano da procedure amministrative in cui il Comune verifica requisiti, non opportunità. Se l'immobile è idoneo e la destinazione d'uso è compatibile, dire di no è quasi impossibile. Il potere vero sta a monte, nel piano regolatore e nelle destinazioni d'uso, e lì una responsabilità politica esiste eccome. Solo che è una discussione più noiosa, e infatti non la fa nessuno.
Il punto interessante è un altro, ed è quello che nessuno racconta: molti di quelli che aprono stanno perdendo soldi. Il Gruppo Pam, l'insegna più capillare in città, ha chiuso il 2025 con una perdita di 4,7 milioni, dopo i 5,2 milioni persi nel 2024. Coop Alleanza 3.0 ha chiuso il bilancio in utile, ma sui supermercati — la gestione caratteristica — è in rosso di 15 milioni: i soldi li fa con l'immobiliare, non con la spesa. Aldi, che a Trieste ha aperto quattro punti vendita in pochi anni, dal suo arrivo in Italia nel 2018 al 2022 ha accumulato 481 milioni di perdite. Non è un incidente, è una strategia: si compra quota di mercato bruciando capitale, contando di raccogliere fra vent'anni. Guadagnano quasi solo i discount — Lidl ha chiuso il 2025 con 248 milioni di utile — e infatti il loro margine operativo è del 5,1% contro il 2,1% di tutti gli altri.
Allora perché continuano ad aprire? Non perché a Trieste ci sia da guadagnare. Perché in un mercato dove i primi sette gruppi controllano ormai il 71% del giro d'affari nazionale, contro il 52% del 2010, chi non cresce viene comprato. Aprire non è un investimento: è una mossa difensiva. E chi ha le spalle larghe se la può permettere anche in perdita.
Quanto alla città, la verità è che regge meno di quanto sembri. Le 106.468 famiglie triestine hanno in media 1,85 componenti e più della metà è composta da una persona sola. Gli over 65 sono il 28%. Nel 2024 sono nati 1.248 triestini e ne sono morti 2.950. Il carrello è piccolo, la spesa è frequente, la vicinanza conta più dell'assortimento — ed è esattamente per questo che i grandi formati soffrono e i negozi sotto casa tengono. Senza contare la quota di spesa che passa il confine, quella che nessuno misura ma che tutti conoscono: sui carburanti, dal 2007, le vendite in zona sono crollate del 60%.
Resta il conto che dovrebbe interessarci di più. Un supermercato triestino occupa in media venti-venticinque persone, un discount qualcuna in meno, un minimercato quattro o cinque. Fanno tra le 1.200 e le 1.500 persone nel solo comune, quasi duemila con la provincia. Molte donne, molti part-time, spesso l'unico lavoro disponibile in quel quartiere. È una stima, non un dato ufficiale — e se qualche sindacato o associazione di categoria ha il numero vero, siamo ben lieti di pubblicarlo.
Millecinquecento stipendi in una città di duecentomila abitanti significa che la grande distribuzione è oggi uno dei primi datori di lavoro privati di Trieste. Il che rende la battuta sui troppi supermercati un po' meno divertente: dietro ogni insegna che apre c'è una ventina di famiglie che mangia, e dietro ogni insegna che chiude ci sono le stesse famiglie dall'altra parte.
Forse allora la domanda giusta non è quanti supermercati abbiamo. È cosa racconta di noi una città in cui il settore che continua a investire è quello che vende lo stretto necessario a famiglie di una persona sola. La spinta che riempie Trieste di insegne non parte da Palazzo Cheba: parte dai consigli di amministrazione di Verona, di Spinea, di Bolzano e della Ruhr. Al botegher, semmai, si può imputare di non aver ancora spiegato ai triestini che sta succedendo.
La Redazione de Il Meridiano
Fonti: Comune di Trieste (Ufficio Statistica); Ires FVG su dati Ministero delle Imprese; bilanci depositati di Pam Panorama, Coop Alleanza 3.0, Lidl Italia e Aspiag; Osservatorio Mediobanca sulla GDO 2026.








