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Nuovi sospetti e svolte nel caso Resinovich

A quasi cinque anni dalla misteriosa scomparsa di Liliana Resinovich, avvenuta a Trieste il 14 dicembre 2021, la tesi del "suicidio altruista" o dell'allontanamento volontario è ormai definitivamente tramontata, lasciando spazio a un'intricata inchiesta per omicidio volontario che ha impresso una svolta drammatica alle indagini grazie ai recenti s…
 |  Denis Locoselli  |  Approfondimenti
A quasi cinque anni dalla misteriosa scomparsa di Liliana Resinovich, avvenuta a Trieste il 14 dicembre 2021, la tesi del "suicidio altruista" o dell'allontanamento volontario è ormai definitivamente tramontata, lasciando spazio a un'intricata inchiesta per omicidio volontario che ha impresso una svolta drammatica alle indagini grazie ai recenti sviluppi scientifici e giudiziari.
 
La vera spinta verso l'ipotesi omicidiaria è arrivata dai risultati della complessa relazione medico-legale firmata dall'antropologa forense Cristina Cattaneo, la quale ha stabilito che la donna è deceduta la mattina stessa della sua scomparsa, smentendo la prima tesi secondo cui Liliana sarebbe morta solo pochi giorni prima del ritrovamento del corpo avvenuto il 5 gennaio 2022. Sul cadavere sono state riscontrate contusioni cerebrali e lesioni ossee che suggeriscono un'aggressione fisica o una violenta lite prima del decesso per asfissia, il che implica che il corpo sia stato deliberatamente nascosto o congelato prima di essere trasportato e abbandonato nel parco di San Giovanni nei sacchi neri.
 
A seguito di questi accertamenti, la Procura di Trieste ha formalmente indagato per omicidio il marito della vittima, Sebastiano Visintin, la cui posizione è stata ulteriormente complicata dal rilevamento di microscopiche tracce di zirconio sulle scarpe di Liliana, un materiale abrasivo industriale ad alta resistenza compatibile proprio con le attività di affilatura dei coltelli che l'uomo eseguiva regolarmente. Il caso si è arricchito di un ulteriore colpo di scena giudiziario con l'iscrizione nel registro degli indagati di una seconda persona per l'ipotesi di reato di frode processuale, poiché gli inquirenti sospettano che nelle fasi successive alla scomparsa qualcuno abbia alterato la scena del crimine, inquinato le prove o fornito elementi fuorvianti per simulare un gesto estremo. Mentre la famiglia continua a chiedere a gran voce la verità, i consulenti tecnici stanno completando esami dattiloscopici e biologici avanzati sui sacchi di plastica alla ricerca di un'impronta o di un profilo DNA definitivo, stringendo il cerchio attorno a una verità che per anni è rimasta sepolta sotto una fitta coltre di misteri familiari.

 
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