BRUNO GASPERUTTI PARTE 1: Eravamo 4 amici al bar che volevano cambiare ...il calcio

1 - IL CALCIO ITALIANO E’ IN CRISI - La sconfitta della Nazionale italiana nello spareggio in Bosnia che è costata la qualificazione ai mondiali negli Usa, ha creato uno sconquasso e ha generato discussioni e ogni genere di proposte nel nostro paese. Che questa sciagura sportiva per il nostro primo sport nazionale trainante, sia il giusto impulso per una vera e propria rivoluzione per uscire da questo incubo che è iniziato nel novembre del 2017? Magari fosse vero, ma dopo i primi commenti di sdegno e voglia di rinnovamento, piano piano è ricomparsa la politica sportiva e piano piano si sono riproposti i soliti noti con autocandidature che non promettono nulla di buono. Gravina ha avuto tanto tempo a sua disposizione per fare qualcosa, ma non ha mai fatto niente o molto poco, dimostrando soltanto tanto attaccamento alla sua poltrona che non avrebbe voluto abbandonare nemmeno in questa occasione alla sua seconda eliminazione dai mondiali. Oggi si parla di riformare il calcio, ma bisogna farlo dalla base, più che dalla testa e cerco di spiegarmi: Certamente bisogna ripartire da un Presidente Federale forte, magari non uno che si fa forte del 98% dei voti che a mio avviso significa solo che galleggia in un mare tra gli squali, cercando di accontentare tutti non cambiando nulla. Non puoi accontentare allo stesso tempo professionisti e dilettanti, giocatori, procuratori e società; quando fai delle riforme qualcuno deve per forza cedere qualche suo privilegio a favore della comunità per il bene di tutti. Temo che si cercherà di nascondere la polvere sotto al tappeto con la nomina di un CT di buon nome, mia opinione Roberto Mancini, che con la sua personalità e competenza, riuscirà a far ottenere buoni risultati ad una Nazionale che a scanso di equivoci non è composta da dei bidoni immani, ma che ha dei valori certamente superiori ad almeno il 60/70% delle nazionali presenti ai mondiali. Ma è dotata di poca personalità, manca in certi reparti di elementi di classe superiore e viene selezionata tenendo ben presente che bisogna non urtare la suscettibilità di certe parrocchiette, perché altrimenti ci sono giocatori che sdegnati, addirittura voltano le spalle alla convocazione. Il problema grosso però è la base, i risultati sono solo la punta dell’iceberg, però per la totalità dell’opinione pubblica sono tutto, anche se a volte sono determinati da episodi sfortunati. Non voglio assolutamente giustificare nulla e nessuno, perché i risultati sono stati impietosi, ripetuti e soprattutto legittimano tutte le nostre carenze, ma per correttezza vogliamo ricordare come siamo usciti dai mondiali? Con la Svezia per una sfortunata autorete; con la Svizzera per due rigori sbagliati negli scontri decisivi uno all’andata e uno al ritorno e bastava segnarne uno dei due; con la Bosnia ai rigori dopo aver giocato in 10 per oltre 90’. Ripartiamo però dal concetto di base: bisogna mettere mano a delle riforme e bisogna cominciare dai pulcini, da quelli che cominciano a muovere i primi passi con tanti sogni e aspettative, che gli adulti hanno il dovere di non frantumare.
2 - I GIOVANI NEL CALCIO - In Italia non c’è né tempo né pazienza, vogliamo tutto e subito e fin dalle scuole calcio si privilegia il risultato, rispetto allo sviluppo del ragazzo e all’insegnamento della tecnica individuale, per perfezionare correttamente i gesti per praticare il calcio. Attenzione, che su questo tema le colpe vanno suddivise su tutte le componenti interessate, partendo dai genitori che vogliono vedere i loro figli vincere, perché credono che solo così siano felici e riescano a mettersi in luce agli occhi di…. Poi ci sono gli allenatori che pensano che vincendo il campionato locale dei pulcini, forse un giorno qualcuno si accorgerà della loro abilità nel gestire …… Poi ci sono le società che credono che così potranno attrarre un maggior numero di famiglie, il chè significa maggiori introiti e dal numero certamente qualcosa di buono ne potrà sempre uscire…. E alla fine ci sono i ragazzini che invece a tutto questo danno minor importanza e che desiderano solamente divertirsi, ma che si trovano coinvolti in qualcosa che spesso diventa eccessivo e insostenibile e finiscono per lasciar perdere dedicandosi ad altre attività meno stressanti. Ultimamente ho avuto modo di assistere alle fasi finali degli Europei U17, che l’Italia ha vinto brillantemente contro il Belgio ai calci di rigore. Questo risultato ci dice qualcosa di positivo sul movimento giovanile del calcio italiano? Ho sentito lodi sperticate da parte degli addetti ai lavori, dai telecronisti, dalla stampa tutta; questi ragazzi vengono già paragonati a campioni del passato e in rampa di lancio verso un futuro da primedonne. Ma facciamoci qualche domanda: perché non vengono lanciati nelle squadre maggiori e finiscono per intristire nelle riserve, o devono ripartire dai campionati di leghe inferiori, mentre i giovani delle nazionali sconfitte dai nostri come Francia, Spagna, Belgio, li troveremo magari fin dal prossimo anno nelle rose delle squadre più importanti del loro paese? Ho fatto le mie considerazioni, probabilmente per tanti non avrò centrato il problema, ma ho cercato di spiegarmi il motivo per cui questo avviene, per magari trovare qualche spunto utile a modificare qualche aspetto della metodologia, che oggi viene applicata nell’insegnamento del calcio in Italia. Italia-Spagna ha dimostrato che possiamo ottenere un risultato positivo in un singolo torneo giovanile, ma l’impressione più chiara avuta, è che siano stati più i giocatori spagnoli a mostrare di avere le potenzialità e le individualità per ambire ad alti livelli nel calcio maggiore. Non facciamoci ingannare dal risultato. La formazione iberica ha mostrato una propria identità tecnica, che poi si riconosce nelle squadre di club e nella nazionale maggiore, ma anche di avere calciatori con caratteristiche tecniche già ben definite e individuabili in campo. Osservando le caratteristiche tecniche individuali dei giocatori spagnoli, troviamo dei punti di contatto riconducibili ai loro pari ruolo delle squadre maggiori. Ciò fa vedere un modello di scuola che lascia ai giocatori in campo, il compito di leggere le situazioni di gioco e di muovere la palla in base ai movimenti dei compagni e di quello che avviene in campo. Non si tratta solo di tecnica individuale, ma anche di uno sviluppo di gesti tecnici coordinati e movimenti basati sulle situazioni, che via via si creano sul terreno di gioco. E qual’è invece il modello italiano? A livello individuale ho certamente visto cose interessanti, ma ciò che mi ha colpito è stato il modo in cui l’allenatore Franceschini telecomandava da bordo campo le giocate sia difensive che offensive dei suoi giocatori, togliendo loro la possibilità di leggere individualmente la situazione e quindi, di fare autonomamente delle scelte. I giocatori italiani ad un certo punto, hanno iniziato a fare ciò che chiedeva loro l’allenatore, e difficilmente questo li aiuterà a crescere, in quanto un domani si ritroveranno con un altro allenatore che chiederà loro di fare cose diverse e diventeranno solo esecutori di ciò che viene richiesto dalla panchina. Così viene limitata la loro fantasia, il loro estro, a lungo andare viene loro imposto di eseguire dei gesti robotizzati, un compitino che permette loro di sbagliare poco, ma che nell’evolversi del gioco toglie imprevedibilità e intristisce lo spettacolo. In questo modo, con l’alzarsi del livello delle competizioni, tutto ciò diventerà un limite, perché a livelli tecnici più alti con velocità di gioco maggiore, i giocatori saranno molto più esposti agli errori. Questo è il modello italiano che a mio parere ci penalizza: insegniamo tanta tattica e dedichiamo poco tempo alla tecnica individuale. A livello giovanile siamo competitivi perché da noi si privilegia prima la tattica per ottenere i risultati, tralasciando però la tecnica di base e così non cresciamo, mentre all’estero dapprima insegnano i fondamentali tecnici, poi su quelle solide basi i giovani vengono istruiti sul gioco d’assieme e sono più formati e pronti per essere inseriti nelle squadre maggiori.
4 - ROSE EXTRA-LARGE MA I GIOVANI GIOCANO CON IL CONTAGOCCE – Un tempo le rose erano formate da: diciamo 16-18 giocatori e le formazioni base si snocciolavano facilmente come una filastrocca: Sarti, Burgnich, Facchetti….. ricordo che i giovani migliori (magari questo anche oggi) venivano dati in prestito ad altre consorelle di A; qui a Trieste sono arrivati: Invernizzi, Passarin, Bernardin, Brighenti, Massei (dall’Inter) Fontana, Radice, Secchi, Belloni(dal Milan)Ferrario (dalla Juve), e tanti tanti altri che poi ritornavano alle loro squadre formati e rinvigoriti dopo un campionato giocato da titolari in provincia. Oggi abbiamo delle rose extralarge di 24-28 giocatori perlopiù già formati: quando mai un giovane della primavera se non è già più che pronto, può ritagliarsi uno spazio tra gli adulti? Poi abbiamo anche un problema sugli spalti: accetterebbero i tifosi un giovane ancora acerbo al posto di un titolare magari infortunato per un periodo medio-lungo? Se sfortunatamente un titolare accusa un malanno che lo costringerà ad un lungo periodo di inattività, subito si reclama l’acquisto sul mercato di un altro elemento pronto, in quel caso nessuno dice: “ma ci sarebbe nella primavera tal … diamogli fiducia. Ma quando mai. Oggi si parla di Liberali del Milan che non ha voluto accettare il rinnovo contrattuale e ha puntato i piedi, chiedendo la cessione (tramite procuratori ovviamente) ed è stato ceduto al Catanzaro. Avrebbero accettato i tifosi di vedere questo giovane promettente stabilmente in prima squadra come chiedeva lui e come a posteriori rinfaccia il tifoso, che magari non l’ha mai visto giocare lo scorso anno quand’era riserva in serie C, al posto di …. Rabiot aspettandolo con pazienza? Quest’anno in serie B lui ha giocato 1208 minuti sui 3420 + recuperi giocati dalla sua squadra, ma si sentono oggi le voci: come mai ha potuto il Milan perdere un simile talento? I manager rossoneri non capiscono niente. Un altro esempio potrebbe essere Vergara, 23 anni e già esperienze molto formative in serie B; avrebbe trovato spazio nel Napoli allenato da uno degli allenatori italiani che vanno per la maggiore, senza gli infortuni in serie di Anguissa, Gilmour,De Bruyne, Neres, Politano? A gennaio era sul piede di partenza verso la serie B, una settimana dopo era un idolo e tifosi e opinionisti ne reclamavano la convocazione in nazionale. Facciamoci qualche domanda e diamoci qualche risposta.
BRUNO GASPERUTTI
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