Suicidi che non nascono dal nulla, Menis: "Oltre il silenzio di cronaca: se la solitudine a Trieste diventa un’emergenza politica"

Nelle ultime settimane si sono verificati due casi che non possono lasciare indifferente la nostra comunità: quello di marzo, con un ragazzo di 25 anni che ha scelto di dire addio alla vita sui binari della stazione di Monfalcone, e quello di pochi giorni fa, una ragazza della stessa età morta all’interno del Centro di salute mentale di via Gambini. A questi si aggiunge il caso, ancora impresso nella memoria collettiva, della giovane trovata senza vita lo scorso agosto nei pressi di Monte Grisa.
Sappiamo bene che i numeri reali dei suicidi a Trieste potrebbero essere più alti. Il codice deontologico dei giornalisti giustamente invita a trattare questi temi con estrema cautela. Ma questo silenzio necessario sul piano mediatico non può tradursi in un silenzio sociale e politico. Anzi, dovrebbe spingerci ancora di più a interrogarci su ciò che sta accadendo.
Perché questi gesti non nascono mai dal nulla. Sono spesso il punto di arrivo di un percorso fatto di solitudine, fragilità, incomprensione, a volte invisibile agli occhi degli altri. C’è stata e c'è, prima di tutto, una trasformazione sociale evidente. Viviamo in un tempo in cui siamo sempre connessi, ma sempre meno in relazione. I messaggi sui sistemi di messaggistica hanno sostituito le telefonate, le conversazioni si sono accorciate, ridotte a comunicazioni rapide, funzionali. Parliamo meno, e soprattutto condividiamo meno. Facciamo fatica a raccontare il nostro dolore, ma ancora di più a fermarci ad ascoltare quello degli altri.
Si è creato, quasi senza accorgercene, un isolamento diffuso. E in questo isolamento, chi sta male rischia di sentirsi completamente solo.
Accanto a questo, però, c’è anche una responsabilità che riguarda il sistema pubblico. Il nostro sistema sanitario territoriale, che a Trieste è stato per decenni un modello, oggi mostra segnali evidenti di difficoltà. Nei Centri di salute mentale mancano almeno 30 operatori e una decina di dirigenti, manca la possibilità di prendere in carico in modo continuativo tutte le persone fragili. Gli operatori dei Csm sono chiamati a turni massacranti e a non poter dedicare tutto il tempo necessario ai loro pazienti. Sono stati chiusi presìdi fondamentali per i giovani come i Consultori.
Quando il personale scappa dal pubblico e non viene sostituito, quando non si mettono in piedi politiche per incentivare i dipendenti della sanità, quando si intraprende la strada degli accorpamenti e delle chiusure invece che di rafforzamento dei servizi, il rischio è quello di lasciare scoperte proprio le situazioni più delicate. E chi è più fragile paga il prezzo più alto.
Per questo dobbiamo avere il coraggio di porci anche domande nuove. Il "bonus psicologo" non è una misura sufficiente e forse è arrivato il momento di pensare all'istituzione di una figura pubblica di riferimento facilmente accessibile a tutti, come lo è il medico di famiglia. Qualcuno a cui rivolgersi non quando il disagio è già diventato insostenibile, ma prima, quando può ancora essere ascoltato, accompagnato, curato.
Non esiste una soluzione semplice, e sarebbe sbagliato cercarla. Ma esiste una responsabilità collettiva: quella di non voltarsi dall’altra parte.
Se da questi fatti dolorosi nascerà almeno un dibattito serio, concreto, costruttivo, allora forse potremo trasformare un momento di grande sofferenza in un’occasione per fare qualcosa di utile. Perché il tema non riguarda solo chi oggi sta male. Riguarda tutti noi. E riguarda, soprattutto, il futuro dei nostri ragazzi.
Paolo Menis, Coordinatore provinciale di Trieste Movimento 5 Stelle.
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