Un reddito di base a Trieste? Viaggio in 4 puntate su una proposta di svolta

Come affronteremo il futuro in un mondo dove la tecnologia corre e il lavoro cambia pelle ogni giorno?
La paura condivisa è che la disoccupazione aumenti, allargando ancora di più la forbice tra ricchi e poveri. Tra le soluzioni più discusse per non farsi trovare impreparati c'è il Reddito di Base (RdB). Ma di cosa si tratta esattamente? In parole semplici, il Reddito di Base è un assegno mensile versato dallo Stato che permette a chiunque di coprire le spese fisse per vivere.
Per funzionare davvero, i teorici spiegano che deve avere quattro caratteristiche precise:
Universale: spetta a tutti, a prescindere da quanti soldi si abbiano in banca.
Incondizionato: non ci sono obblighi, come dimostrare di cercare lavoro.
Individuale: viene pagato alla singola persona, non alla famiglia.
Periodico: è un appuntamento fisso, di solito ogni mese, non un aiuto una tantum.
La differenza chiave: Non va confuso con il vecchio Reddito di Cittadinanza o con altrisussidi minimi. Quelli si rivolgono solo a chi è in difficoltà economica e saltano se si rifiuta un'offerta di lavoro.
Tra filosofia e conti in tasca. Chi sostiene questa misura la vede come una questione di giustizia sociale “correttiva”(Rawls). Non nasciamo tutti con le stesse opportunità, e questo aiuto servirebbe a "pareggiare le opportunità” alla partenza. Questo significa che, in teoria, l'assegno spetterebbe achiunque: dal disoccupato fino a Elon Musk. C'è chi ipotizza, per l'Italia, una cifra intorno ai 1.500 euro al mese.
Ma passiamo dalla teoria alla pratica. Un piano del genere costerebbe all'Italia più di 1.000 miliardi di euro all’anno. Anche cancellando tutti gli altri bonus e sussidi esistenti, parliamo di una cifra astronomica.
Oltre al nodo economico, c'è un limite etico. Ricevere denaro dallo Stato senza dare nulla in cambio contrasta con l'idea stessa della nostra Costituzione, che fonda la Repubblica sul lavoro. Inoltre, ha davvero senso regalare soldi anche a chi possiede già ville e castelli?
Cosa dice chi ha già provato? I critici temono che, ricevendo un assegno fisso, le persone smetterebbero di lavorare. Eppure, i test sul campo dicono il contrario. Città come Stockton in California, Hamilton in Canada e Utrecht in Olanda ma anche Stati come il Galles e la Finlandia hanno sperimentato formule simili su piccoli gruppi di cittadini, dimostrando che la voglia di darsi da fare non scompare. Anche in Italia ci sono stati dei tentativi, come a Livorno, dove per sei mesi sono stati erogati circa 500 euro a 100 famiglie bisognose. In questo caso, però, si è trattato di un reddito minimo di stampo tradizionale, non di un vero reddito di base universale.
Una strada alternativa. Se il modello "puro" dei teorici non convince gli esperti (e non convince nemmeno me), esiste una seconda via, decisamente più interessante. Oggi l'economia non gira solo grazie a chi ha un impiego classico. La ricchezza di un Paese si regge anche sul volontariato, sui lavori di cura in famiglia, sulle interazioni digitali e sociali che ognuno di noi coltiva ogni giorno. Visto che tutti contribuiamo a creare questa ricchezza (anche senza ricevere uno stipendio), una vera giustizia dovrebbe essere “distributiva”: dovrebbe cioè ricompensare chi partecipa alla crescita della società ma oggi resta escluso dai circuiti economici.
Riassunte così, in poche righe, le posizioni teoriche vi rimando ai prossimi appuntamenti:
Seconda puntata: vedremo perché questo secondo approccio, basato sulla giustizia distributiva, è il più convincente.
Terza puntata: illustrerò come fare i conti e rendere questa idea sostenibile nella realtà.
Quarta puntata: proverò a descrivere un piano d'azione per far partire una sperimentazione proprio qui, a Trieste.
Domenico Rana
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