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Presto a Trieste Kety Fusco: la regina dell’arpa contemporanea

Non saranno i dolcissimi e melodici suoni dell’arpa classica quelli che sentiremo il 12 settembre al Parco del Museo Civico Sartorio, a Trieste, durante il concerto di Kety Fusco, artista italo-ticinese, che è fra gli interpreti più attesi della rassegna Festival di Trieste – Il Faro della Musica 2025. Kety, musa contemporanea, non solo “suona”…
 |  Redazione sport  |  Cronaca

Non saranno i dolcissimi e melodici suoni dell’arpa classica quelli che sentiremo il 12 settembre al Parco del Museo Civico Sartorio, a Trieste, durante il concerto di Kety Fusco, artista italo-ticinese, che è fra gli interpreti più attesi della rassegna Festival di Trieste – Il Faro della Musica 2025.

Kety, musa contemporanea, non solo “suona”, ma pizzica, percuote, sfrega, mixa. Dallo strumento antico e classico ha campionato suoni graffianti, ruvidi, sensuali, ipnotici, talvolta inquietanti, tutto ciò che si può estrarre dalla meccanica – il legno della struttura, il budello delle corde – e che, opportunamente miscelato e interpretato, diviene musica attuale, riflesso sonoro del mondo in cui viviamo.

A pochi giorni dal suo live, l’abbiamo raggiunta per un’intervista.

Kety, sei un’artista molto strutturata musicalmente, hai una solida formazione accademica e una vasta conoscenza musicale, perché proprio l’arpa? Cosa ti ha spinta a scegliere questo strumento?

“É stato un colpo di fulmine. Me ne sono innamorata a soli 6 anni: mi trovavo in vacanza con la mia famiglia e ho avuto la fortuna di scoprire l’arpa durante un concerto. Ho subito chiesto ai miei genitori di farmela suonare e da quel momento non ho più smesso.

Probabilmente mi ha affascinato il contrasto fra l’imponenza dell’arpa, che è uno degli strumenti più grandi, e il suono che produce, che invece è molto delicato: questo mi ha colpito molto da bambina.”

E non è uno strumento fra i più semplici, tecnicamente richiede un certo impegno…

“Sì, per suonarla ci vuole grande coordinazione: mano destra, mano sinistra, piede destro, piede sinistro. Ogni pedale, sono i cromatismi, ha tre posizioni quindi ci sono i pedali nella posizione centrale, poi ci sono tutti i pedali in basso e tutti i pedali in alto con cui si realizzano le diverse sonorità, non è uno strumento immediato.”

Ma la tua arpa è sui generis, contemporanea, l’hai definita “space harp”…

“Esatto, space harp era uno dei primi termini che le avevo attribuito. Questo primo concetto lo avevo utilizzato perché era un’arpa che non aveva ancora una precisa connotazione nel campo della musica contemporanea…Io non vengo dall’underground ma da un contesto classico fatto di conservatorio e orchestre… Quello che faccio è sviscerarla e portarla in una dimensione che non le appartiene, al di là cioè della sua classicità. Questa spazialità nuova, questo modo di esplorare lo strumento è diventato col tempo un vero e proprio genere di musica, che può avere tante definizioni e nessuna. Siamo liberi di chiamarla come vogliamo.”

C’è un incontro significativo nell’ambito del tuo progetto di creare questa nuova sonorità? Una persona che ti ha messo sul sentiero giusto, uno studio o un’opera?

“Ho iniziato a esplorare le altre possibilità sonore dell’arpa quando ho fatto il mio progetto Master al conservatorio della Svizzera italiana a Lugano. Ho portato come brano finale The Crown of Ariadne del compositore americano Murray Shafer. In quest’opera la musica è totalmente contemporanea ma va anche oltre perché il brano è fatto con arpa e percussioni, ma generate sia dall’arpa sia da percussioni esterne ed è l’artista a fare tutto. Ho iniziato da lì ad appassionarmi. Ho pensato che già l’arpa di per sé poteva generare tanti suoni che ancora non erano stati esplorati e questo mi ha dato la curiosità di intraprendere un discorso mio, trovare una mia voce.”

La più grande soddisfazione che hai avuto in questo percorso?

“Sicuramente suonare alla Royal Albert Hall a Londra e fare sold out! É stato per me un punto fermo nella vita che mi rimarrà per sempre.

Quando frequentavo ancora il conservatorio, ogni tanto prendevo delle lezioni al Royal College, che è proprio di fronte alla Royal Albert Hall, e mi chiedevo -Chissà se finirò mai qui a suonare - e poi quel giorno è arrivato, due anni fa. É stato per me davvero un traguardo importantissimo.”

Cosa provi quando suoni?

“Per me suonare l’arpa è sempre stato una liberazione da ogni problema della vita di tutti i giorni. Il palco è il mio modo di esistere e di stare bene nel senso che quando sono sul palco a suonare spariscono tutte le paure, le ansie, i timori. É la mia dimensione per stare bene.”

Cosa ci possiamo aspettare dal tuo spettacolo qui da noi, a Trieste?

“A Trieste porterò il mio nuovo album: si chiama Bohème e uscirà il 19 settembre. Mi esibirò live con un’arpa elettroacustica speciale con al suo interno quarantasette microfoni e tutto il mio live sarà eseguito con un nuovo set-up di pedali elettronici. Per la prima volta porterò in giro l’album.”

Un album, quindi, frutto di un lungo e appassionato lavoro di ricerca e sperimentazione: Kety racconta i tempi in cui viviamo con una musica multisfaccettata, evanescente, liquida, un caleidoscopico divenire di stati d’animo differenti a cui lei stessa si abbandona e pare danzare assieme allo strumento.

Un concerto da non perdere.

Martina D’Adamo

Per l’acquisto dei biglietti e ogni altra informazione:

www.societadeiconcerti.it

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