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Se il senno è sulla luna, Vinicio Capossela porta a Trieste visioni e lampi

Tirava una brezza vivace e fresca, lo scorso 26 luglio: di quelle che, nelle giornate estive, fanno svanire la voglia di lunghi pomeriggi al mare, che già mettono nostalgia dei raggi del Sole, preannunciando pioggia a catinelle. È in questa cornice metereologica e umorale che saliva sul palco di San Giusto Vinicio Capossela: per mettere in scena u…
 |  Redazione sport  |  Cronaca

Tirava una brezza vivace e fresca, lo scorso 26 luglio: di quelle che, nelle giornate estive, fanno svanire la voglia di lunghi pomeriggi al mare, che già mettono nostalgia dei raggi del Sole, preannunciando pioggia a catinelle. È in questa cornice metereologica e umorale che saliva sul palco di San Giusto Vinicio Capossela: per mettere in scena un altro dei suoi magici concerti, ma non solo. Il titolo della serata “Se il senno è sulla Luna - la follia: da Ariosto a Basaglia” arriva già come una dichiarazione energica e specifica dei reali intenti del suo evento. Non soltanto, dunque, un efficace espediente poetico: ma quasi un invito ad un rito collettivo, una convocazione dentro alle pieghe più invisibili dell’animo umano.

Proprio a Trieste, città di Basaglia, che oggi più che mai richiama al bisogno di riprovare a comprenderne il pensiero e la riforma. Il documentario “Corrispondenze immaginarie”, proiettato in apertura, ha dato voce alla sua memoria. A filmarlo, Mariangela Capossela, sorella del cantautore, insieme a Piero Pieri e Alessandro Spanghero. Un’opera delicata nei toni ma potentissima nel senso, capace di legare fedelmente l’arte dei collaboratori al territorio e alla sua storia. E poi eccolo, finalmente: il cantautore, il cantastorie, il poeta e sciamano di parole d’amore e di verità senza tempo. Nonostante la sua arcinota rilevanza all’interno del panorama musicale italiano, la sua figura non si ostenta da sé togliendo luce al resto dei musicisti e della scena che lo accompagnano. Fa parte del complesso, rendendo insieme un unico e vitale incanto. Il filo conduttore? La follia. Da una parte, rappresentata con dignità senza né compatimento né esaltazione. E dall’altra, riflessa nell’ottica della salute mentale, per onorare il duro e quotidiano lavoro degli operatori per sanare i “mostri dell’anima” che attanagliano numerosi individui, statisticamente in crescita costante. Per farlo, gli artisti hanno attraversato gli step più salienti dell’opera trentennale caposseliana, selezionandone i brani più inerenti alla tematica ed appoggiandola alle opere letterarie di Ariosto, Pasolini, Italo Svevo ed altri. Ogni canzone rappresenta una tappa in questo particolare pellegrinaggio all’interno della psiche e i suoi meandri: la luna, elemento mistico di tutto ciò che è altro e nascosto, e dove il poeta dell’Orlando furioso collocava il senno perduto degli uomini, è diventata il simbolo di tutto ciò che il mondo “sano” rifiuta perché non sa comprendere. In uno dei passaggi più intensi, Capossela ha detto: “Il senno si perde quando si inseguono le vanità del mondo. Ma può darsi che l’unico modo per salvarsi sia proprio perdersi”. E in quel momento, guardando il resto del pubblico – assorto, commosso, a tratti smarrito – riusciva chiaro intendere che in tanti stessero facendo proprio quel passo. Un piccolo naufragio volontario, collettivo, per approdare sulla luna della nostra umanità più fragile e autentica. E quando sembrava che il viaggio scenico stesse per raggiungere il suo finale in un semplice e facile raccoglimento, l’orchestra ha dato il la per un ultimo pezzo. Il più iconico della carriera dell’artista. La folla, una volta intesa quale fosse la musica nascente, non ha tardato a riempire il resto dello spazio vuoto nella piazza, scatenandosi liberamente sulle energiche note de il ballo di San Vito. Selvaggio, esplosivo, catartico per il corpo che lo danza e la mente che lo incarna. Un perfetto “andate in pace” dopo un excursus artistico tanto evocativo seppur laico. Un esorcismo attraverso il rilascio delle pene in balli sfrenati, una fuga momentanea dagli imperativi della ragione. Il messaggio implicito dev’essere stato proprio questo: quello per cui la salvezza oltre al baratro mentale esista, a patto di attraversare senza paura ogni sfida, anche a costo di incorrere in momenti di sano delirio. Trieste, ancora e come sempre, si è confermata crocevia di cultura, memoria e sensibilizzazione. E Capossela, con la sua inimitabile miscela di poesia e sentimento popolare, ha fatto da traghettatore tra le due rive dell’esistenza: quella “normale” e quella “folle”, che poi sono forse la stessa cosa, solo guardate da lati opposti della luna.

Eleonora Carcarino

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