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Pillole di stagione, Zinnanti: "La landa desolata del cantiere di Cattinara. Stop al massacro in Iran"

 |  Redazione sport  |  Commento del giorno
Mauro Zinnanti
CATTINARA: UNA STORIA "INFINITA" E UN CANTIERE FERMO DA MESI. COME SE NE ESCE?
 
L'ultimo fermo cantiere, dopo una serie continua di stop and go, risale allo scorso agosto. Ora il mega cantiere dell'ospedale di Cattinara è una landa desolata con un'unica gigantesca gru a dominare sul nulla e qualche raro mezzo d'opera lasciato lì a futura memoria di lavori avviati ma da mesi totalmente bloccati. Attorno qualche raro operaio col compito di vigilare per ragioni di sicurezza e per evitare furti di materiali od attrezzature.  E' questa la situazione davvero preoccupante in cui giace il principale cantiere cittadino (dal costo totale di 220 milioni di euro) e uno dei più importanti interventi pubblici a livello regionale. Si tratta, con tutta evidenza, di un gigantesco problema che rischia di provocare pesanti riflessi negativi sulla situazione sanitaria giuliana che, oltre alla ben nota carenza di medici ed infermieri, si trova costretta, da quasi otto anni, ad operare in condizioni di emergenza infrastrutturale correlate alla convivenza con un cantiere che, oltre a prevedere nuove opere, ha il fine primario di ristrutturare un ospedale che dopo più di quarant'anni di onorata carriera necessitava e necessita di una poderosa opera di manutenzione straordinaria.
Come si è arrivati a questo punto? Come noto, nel 2019, primo anno dell'era Riccardi alla guida della sanità regionale, Asugi (ovvero la stazione appaltante dell'opera) aveva proceduto alla risoluzione del contratto (firmato nel 2017) con la società veneta Clea, a causa di difficoltà sopravvenute nella procedura di validazione del progetto. L'appalto era quindi passato (pur nella contrarietà del responsabile dei lavori) nelle mani della seconda classificata, ovvero la friulana De Eccher. All'epoca la scelta, certamente ben vista dall'assessore friulano, pareva garantire con tempestività ed efficacia la ripartenza del cantiere che, pur in presenza di significative modifiche progettuali, avrebbe dovuto terminare a febbraio 2027. Invece, come ampiamente illustrato dai media, anche un gigante delle costruzioni come la Rizzani de Eccher entra in una profonda crisi finanziaria con conseguente nuova paralisi dei lavori. A dicembre 2024 veniva firmato un accordo definitivo per il cambio degli assetti proprietari del gruppo con il subentro di un fondo specializzato in operazioni di ristrutturazione, gestito da Sagitta Sgr. L'operazione porta alla creazione di una nuova società, la Construction Holding, il cui capitale sociale faceva capo per il 76 % al fondo e per il rimanente ai due fratelli Marco e Claudio de Eccher, con successiva omologazione dell'accordo di ristrutturazione del debito da parte del tribunale di Udine. Tutto bene, dunque? Non proprio. Visto che in rapida successione escono dalla nuova società a febbraio 2025 l'amministratore delegato Alberto Franzone e a maggio il direttore finanziario Massimo Sala. Come a dire, tanto per essere  chiari, che i conti non tornano e che l'operazione per avere possibilità di successo richiede una ulteriore e rilevante iniezione di capitali.  La de Eccher presenta in aprile una nuova istanza di "composizione negoziata" della crisi impegnandosi a presentare entro i termini di legge un nuovo piano finanziario di rilancio. Si cercano nuovi investitori pronti ad immettere liquidità, si elaborano piani su piani per un credibile piano di rientro dal debito complessivo che ammonterebbe a circa mezzo miliardo di euro. L'operazione non va a buon fine tanto che è nuovamente il tribunale (questa volta quello di Trieste) a negare la richiesta di proroga della procedura dando atto, come ammesso dalla stessa società ricorrente, che "non sono stati ancora stipulati accordi vincolanti con i creditori finanziari, né vengono indicati passaggi negoziali determinati - per tempi, contenuti e controparti - tali da conferire alla prospettiva di risanamento un grado di concretezza significativamente maggiore rispetto al quadro già vagliato in occasione dei decreti che hanno concesso e via via prorogato le misure protettive". Come a dire che non sono emersi fatti tali da giustificare "una ulteriore compressione dei diritti dei creditori".  Il "de profundis" per la de Eccher (e di conseguenza per tutti i suoi cantieri in giro per l'Europa e per l'Italia), sembra ormai prossimo. E la politica che dice? Ecco le prudentissime parole dell'assessore Riccardi: " le criticità sono legate all'impresa, e noi non governiamo i processi di ristrutturazione delle imprese, ma auspico che questa vicenda si concluda definitivamente, in un modo o nell'altro". Per uno che normalmente non le manda a dire l'atteggiamento denota un misto di imbarazzo e preoccupazione ma anche la mancanza di grandi ragionamenti alternativi posto che l'ulteriore affermazione rilasciata punta ad un'unica soluzione: "cercheremo, che si vada verso la prosecuzione o la non prosecuzione, di lavorare tenendo in piedi quel contratto". Come detto, viene esclusa la via alternativa della risoluzione del contratto, della conseguente revisione complessiva del progetto e della nuova gara perché i tempi si allungherebbero troppo "non possiamo permettercelo".  Su questa seconda parte del suo ragionamento siamo d'accordo, ma è certo che le stesse norme, volendo, indicano strumenti possibili per accorciare la tempistica di una revisione del progetto che, a parecchi anni dalla sua approvazione (il definitivo è del 2014!), va sicuramente aggiornato.  E Fedriga che dice?  Il suo pensiero è assolutamente in linea con quello di Riccardi: " dobbiamo aspettare di vedere come andrà avanti la procedura, ma siamo preoccupati per un investimento importantissimo della Regione. Purtroppo non è una questione nelle mani del pubblico, ma dell'azienda che ha vinto l'appalto. Su questo noi faremo tutti gli interventi per tutelare l'interesse pubblico e cercare di fare il possibile perché non ci sia un ulteriore stallo". 
Ma il cantiere a che punto è? Secondo quando riportato in un dettagliato reportage dal Piccolo, la situazione sul campo si può così riassumere: 1) palazzina servizi - realizzati quattro piani e mezzo su otto, ma solo di opere strutturali; 2) terza torre - realizzati nove piani su sedici, sempre di opere strutturali; 3) nuovo Burlo - su cinque piani, nulla è stato edificato ma sono stati avviati unicamente i lavori di scavo dell'area, preceduti dal triste e ben noto abbattimento della pineta di Cattinara. Situazione complessa, non c'è che dire. Nella piena consapevolezza della delicatezza del problema, l'opposizione in consiglio regionale ha già offerto la propria incondizionata disponibilità a trovare assieme, sul piano tecnico, una possibile via d'uscita che non blocchi per anni questo cantiere fondamentale per garantire un futuro dignitoso alla sanità triestina. Dal mio, personale e piccolo, punto di vista mi permetto di dare un suggerimento: la questione è talmente seria che oltre a richiedere, seduta stante, la creazione di un organismo tecnico che supporti le future scelte di Asugi, pare imporre alla politica una attenta valutazione sull'opportunità di nominare per quest'opera un commissario ad hoc, dotato di tutti i necessari poteri autorizzativi, che prenda in mano progetto e cantiere e, tramite comunque una necessaria interlocuzione con i rappresentanti di quanti operano a Cattinara, definisca una tempistica quanto più ridotta possibile per ridefinire progetto, costi ed esecuzione dell'opera. Ne va del futuro della cura della nostra salute e forse sarebbe bene che qualcuno lo ricordi anche al nostro sindaco, totalmente assente su questa vicenda e sempre in tutt'altre faccende affaccendato.
 
STOP AL MASSACRO IN IRAN!
 
Ebbene lo confesso. C'ero anch'io lo scorso sabato in piazza della Borsa ad esprimere la solidarietà di Trieste agli iraniani, in particolare giovani e donne, la cui sollevazione popolare ha causato una repressione violentissima da parte del regime degli ayatollah. Eravamo in qualche centinaio ad ascoltare ed applaudire le loro commoventi storie e le loro denunce. Sì, denunce. Visto che la repressione delle proteste, stando alle poche notizie filtrate, avrebbe portato in pochi giorni ad un massacro con oltre 12 mila vittime, molte delle quali giovanissime. Il regime, sorpreso dalla vastità e dalla intensità delle proteste, ha infatti ingaggiato anche forze paramilitari provenienti da altri paesi arabi che hanno cominciato a sparare all'impazzata sulla folla, mietendo centinaia di vittime. Nonostante le continue uccisioni, gli arresti e i processi illegali (conclusi molto spesso con frettolose decapitazioni), le proteste proseguono. Ora, nel silenzio di internet, le notizie filtrano con ancora maggiori difficoltà. Ma i giovani iraniani che studiano e lavorano a Trieste continuano a sperare che la fine della Repubblica islamica sia davvero vicina. Molti di loro invocano come figura di riferimento per un periodo di transizione Reza Pahlavi, il figlio dello scià di Persia, che ha espresso sostegno alle ragioni della protesta e si è messo a disposizione. Altri hanno sperato che Trump intervenisse per una giusta causa. Ma la maggior parte di loro chiedono che sia l'Europa ad agire aumentando ogni forma possibile di pressione verso il regime. Tra le azioni proposte, l'interruzione di ogni rapporto diplomatico e commerciale con l'Iran, l'inserimento di tutti i vertici della Repubblica nella black list delle persone non gradite, il blocco di tutti i loro conti correnti detenuti all'estero, l'avvio di procedimenti giudiziari nelle corti internazionali di giustizia per valutare la condotta repressiva del regime. L'obiettivo finale è chiaro: la caduta del regime degli ayatollah. Al presidio in piazza della Borsa erano presenti, assicurando il massimo impegno nel sostenere la protesta del popolo iraniano, l'europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint, vari esponenti del Pd (Moretti, Paglia e Giurissa), di Azione, di Adesso Trieste e di Rifondazione Comunista. Ora che le prime pagine dei maggiori quotidiani sono occupate da altre emergenze, merita ritornare, con grande attenzione e rispetto, sulla questione iraniana: è un popolo che soffre, che non ne può più di un regime soffocante e che chiede unicamente di vivere in pace e libertà. Ascoltiamolo e continuiamo ad appoggiarlo.
 
Mauro Zinnanti
 
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