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Pillole di stagione, Zinnanti: "Ciao Hichem, Consalvo in Porto, sanità territoriale"

 |  Redazione sport  |  Commento del giorno
Mauro Zinnanti
CIAO HICHEM: TRIESTE NON TI MERITA!
 
Interno Magazzino 116 in Porto Vecchio. Un freddo pomeriggio dei primi di dicembre in quell'area, abbandonata da anni, divenuta il precario rifugio di cittadini extracomunitari qui arrivati alla ricerca di un futuro migliore. Hichem Billal Magoura, trentaduenne algerino, pare fosse arrivato a Trieste da pochi giorni. Pare non fosse un richiedente asilo e pare fosse gravato da alcuni precedenti. Pare, quindi, non avesse i requisiti per entrare nel circuito del sistema di accoglienza. Non si sa per quali strani fili della sorte era arrivato a Trieste e per la notte aveva trovato rifugio al 116, assieme ad altri connazionali. Dopo che la mattina presto del tre dicembre scorso c'era stato l'ennesimo sgombero (in vista delle festività natalizie??) di 115 migranti dagli hangar 2 e 2 A, nel pomeriggio il suo vicino di stanza, un altro ragazzo algerino, era rientrato al 116 per accertarsi delle sue condizioni, visto che la sera prima stava decisamente male. Hichem era lì, immobile, nel suo poverissimo giaciglio fatto di coperte sporche, indumenti e cumuli di spazzatura. Resosi conto della gravità della situazione, il ragazzo algerino ha chiamato immediatamente il 112 che non ha potuto far altro che constatarne il decesso, risalente a parecchie ore prima e sembra non dovuto ad azione di terzi. Nell'attesa degli esiti della necessaria autopsia, la sua morte piomba, nel clima natalizio che da qualche giorno avvolge la città, per ricordare che a Trieste, a pochi metri dal salotto buono, c'è un'altra città, quella degli "invisibili" che, a causa delle molteplici negligenze delle competenti istituzioni, fatica a sopravvivere. Non serve a nulla nascondere la polvere sotto al tappeto e far finta che il problema non esista. Qualcuno, giustamente, ha parlato di "tragedia dell'abbandono". Ma si tratta, lo dico con profonda amarezza ed altrettanta convinzione, di un abbandono voluto e perseguito con grande tenacia da chi attualmente riveste responsabilità di governo a tutti i livelli. Tra l'aprire demagogicamente la porta a tutti e chiuderla, altrettanto demagogicamente, a tutti, ritengo che ci sia spazio (e tanto) per dare voce a quei principi di solidarietà e umanità che dovrebbero caratterizzare sempre ed in qualunque circostanza la nostra civiltà. E non lo dico solo io. Lo dice, in maniera ancora più chiara e netta, la segreteria regionale del Siulp (sindacato italiano unitario lavoratori polizia): "chiamiamo "emergenza" ciò che a Trieste è diventato ordinario da oltre vent'anni, "inevitabile" ciò che abbiamo scelto di non evitare scientemente. Ci autoassolviamo con il linguaggio e mentre le lucette illuminano a festa piazza Unità, il gelo fa il suo sporco lavoro nel ghetto...I media si indignano a puntate: ma chi muore, muore in silenzio, fuori dal nostro campo visivo. Eppure continuiamo a recitare la parte della società etica, solidale, civile. I quattro migranti morti nell'ultima settimana in regione (NdR: oltre ad Hichem, ci sono stati i decessi di due richiedenti asilo a Udine e uno a Pordenone) rappresentano la morte della nostra carta dei valori e nello specifico del principio di solidarietà che alberga nell'articolo 2 della Costituzione". Parole dure, nette e chiare, espresse dal maggiore sindacato di polizia italiano e che condivido completamente.  Segnalo che, oltre a varie iniziative di "indignazione" promosse dalla società civile durante tutto il mese, il 25 dicembre alle 17 e 30  nel centro di Trieste ci sarà una grande manifestazione cittadina per evidenziare come anche a Trieste esiste una comunità che si batte, anche a Natale, per una città accogliente ed inclusiva. Pace a te, Hichem, confidando che la tua morte non sia stata vana ma che sia servita a scuotere coscienze e ad avviare davvero quel minimo sforzo istituzionale che servirebbe per dare un rifugio dignitoso e con alcuni semplici servizi di base a chi arriva da noi, spesso solo di passaggio, in cerca di un futuro migliore.
 
CONSALVO SI INSEDIA AL PORTO
 
Dopo 550 giorni di commissariamento, Salvini ha firmato il decreto di nomina e Marco Consalvo è, finalmente, il nuovo presidente dei porti di Trieste e Monfalcone. Il 58enne ingegnere campano trasloca da Trieste Airport alla Torre del Lloyd e lo fa, come emerge dalle sue prime dichiarazioni alla stampa, con idee chiare ed una precisa volontà di prendere in mano tutti i dossier rimasti sul tavolo con un accurato metodo di lavoro: il dialogo con operatori ed istituzioni ed il coinvolgimento di tutta la struttura dell'ente perché "la squadra sarà fondamentale in quanto non esistono presidenti onniscienti". Tra le urgenze che il nuovo presidente intende affrontare prioritariamente c'è tutta la partita dei fondamentali investimenti infrastrutturali in corso con l'obiettivo, affermato da subito di "non perdere nulla", a partire  dai fondi Pnrr su opere come il rinnovo del molo VII, il nuovo terminal ungherese e lo sviluppo del Molo VIII. Quanto agli investimenti ferroviari, pur nella consapevolezza che i tempi saranno un po' più lunghi, sarà fondamentale rimettere in gioco i fondi che "sono ancora al ministero: supereremo il blocco, dimostrando la validità degli obiettivi e dei benefici".  Quanto alle criticità connesse ai traffici marittimi, la volontà è quella di dialogare con tutti e di trovare insieme le vie per un ritorno ad una fase di crescita e di espansione.
In definitiva, per chi (come il sottoscritto) lo conosce abbastanza bene, queste prime uscite paiono la conferma di una persona di qualità e visione. Ora, a completare la squadra, serve la scelta, determinante, del nuovo segretario generale "Il profilo deve essere complementare al mio - dichiara Consalvo al quotidiano locale - non ho un nome in testa e non ho ancora avuto un confronto con la politica, ma credo e spero che sia una scelta autonoma".
Ecco se un augurio mi sento di fare a Consalvo è proprio questo: che la politica, per una volta, faccia un passo indietro, come peraltro già accaduto con Zeno  D'Agostino che fu libero di scegliersi come segretario generale prima Mario Sommariva e poi Vittorio Torbianelli. Trieste ed il suo porto, dopo 550 giorni di commissariamento, non meritano proprio ulteriori "moine" politiche su una nomina che è e deve restare essenzialmente tecnica e dovrà, necessariamente, ricadere su una personalità di assoluta fiducia del nuovo presidente.
 
DAI DISTRETTI ALLE CASE DI COMUNITA': CHE FINE FARA' LA SANITA' TERRITORIALE?
 
Pubblico delle grandi occasioni lo scorso primo dicembre alla sala conferenza della Comunità serbo-ortodossa. Del resto il tema dell'incontro, organizzato dal Coordinamento per la Difesa della Sanità pubblica di Trieste, era di quello tosti, ovvero cercare di capire, al di là delle sigle, come si stanno organizzando i servizi territoriali della sanità pubblica in vista della prossima apertura delle Case di comunità.
Come è stato spiegato nella relazione introduttiva da Giorgio Simon, le Case della comunità sono sedi fisiche, edificate ex novo o ristrutturate con i fondi del Pnrr, che si pongono l'ambizioso obiettivo di costituire il Punto unico di accesso ai servizi sanitari (ma anche socio assistenziali, se non ho capito male) da parte del cittadino che li troverà una risposta alle proprie problematiche con la presenza, fisica, h24 (nelle due case hub previste nel territorio triestino) di un medico di medicina generale che lo indirizzerà direttamente, se del caso, alle visite ambulatoriali specialistiche situate, per lo più, nella medesima struttura. In tal modo, sostiene la regione, si riusciranno finalmente a liberare i Pronto soccorso ospedalieri da tutti quegli accessi impropri dovuti alla carenza dei servizi territoriali.  Questo il disegno ideale e gli obiettivi dichiarati nel Piano strategico approvato dalla Giunta regionale.  Nella pratica, oltre alla ribadita necessità di finire le opere fisiche entro giugno 2026 per non perdere i finanziamenti Pnrr, la situazione è tuttora in alto mare. Nel corso del convegno, dopo aver assistito all'esempio virtuoso della regione Toscana (che da anni ha creato una rete di strutture e servizi paragonabili alle Case di comunità), è stato illustrato un caso regionale in cui è parso evidente come la nuova Casa rischia di affiancarsi alle strutture degli esistenti Distretti sanitari senza che vi sia chiarezza né di ruoli né nella gamma dei servizi offerti al cittadino. Questa impressione è stata fortemente confermata dall'intervento del dottor Lorenzo Cociani (segretario regionale del Sindacato medici italiani (SMI) che nel ricordare come di recente sia stato finalmente firmato il nuovo contratto dei medici di medicina  generale, ha anche ammesso, a chiare lettere, che questo risultato, sia pure atteso da anni, di per sé, non garantisca nulla in merito al futuro impegno di questi medici nelle future Case di comunità. Infatti, con 1.500 pazienti da seguire, è molto arduo per un medico di medicina generale garantire quella presenza continuativa nelle Case che è stata richiesta dalla regione per riempirle di contenuti e di servizi. Il rischio, reale, è quello di una falsa partenza, con stanze vuote e qualche nuova insegna appesa a futura memoria ad indicare l'ennesimo, pesante fallimento della politica sanitaria regionale. Sono proprio curioso di vedere come andrà a finire, ma le premesse non paiono le migliori.
 
Mauro Zinnanti
 
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