La magia dei trapezisti di Alegria, l'impossibile visto attraverso gli occhi sognanti dell’infanzia
Ogni anno, ogni inizio d’estate, Trieste si veste di un silenzio sospeso, pronto ad essere squarciato da boati d’incanto. Proprio nella sua zona più inutilizzata, ancorata al vecchio e, sembrerebbe, ancora incapace di farsi strada in una nuova era urbana e sociale a tempo pieno, avviene lo spettacolo dei trapezisti di Alegria: il suo ritorno è atteso, desiderato, come un bel sogno che si ripete senza però mai essere uguale né prevedibile.
Il tendone si apre, l’odore di pop corn e di palcoscenico pervadono l’aria promettendo già un altrove senza tempo. Mille corpi iniziano a sfidare la gravità ed i limiti umani di corpo e di mente con un’insolita grazia, sbalorditiva viste le scene a mano a mano sempre più intricate e incredibili. E gli occhi sospesi ad ammirare, a volte col fiato trattenuto, spesso si incrociano tacitamente l’uno con l’altro per chiedersi come possa essere reale quanto è a loro manifesto davanti. “Sembra impossibile... eppure lo fanno…” sussurra qualcuno in platea, stringendo d’istinto la mano ad un amico o ad un amore, mentre i salti nel vuoto riempiono il cielo del tendone. È in quei voli sospesi, per la maggioranza del tutto impossibili, che accade qualcosa di davvero speciale non più soltanto per gli abili atleti che li realizzano: un momento preciso, che va oltre l’arte ed i virtuosismi, in cui lo spettatore torna a guardare attraverso gli occhi sognanti dell’infanzia. Quelli che ancora si lasciano sorprendere, che non cercano consensi razionali per restare a lungo spalancati, né delle spiegazioni immediate per farlo. “Boh… sarà magia…” concluderanno in cuor loro. Occhi che ancora si lasciano invitare ad osservare, ad ammirare senza giudizio, e meraviglia.
Per altri ancora, questo può essere un invito a connettersi con un proprio nucleo personale fragile da tempo dimenticato, nascosto sotto strati di età, pensiero e ragione. Perché non tutti gli adulti, si sa, hanno un contatto quotidiano e vero con il proprio animo bambino. E questi, senza saperlo, durante la visione dello spettacolo compiono un piccolo test con sé stessi; a suo modo anch’esso un vero e proprio salto nel vuoto. “Ma io, dunque… Sono ancora capace di stupirmi?... Sono ancora impressionabile, emotivo di fronte a ciò che straborda l’ordinario? Sono ancora un po’... quel bambino, quella bambina?” Alegria a questo non risponde. Fornisce però ottimi strumenti per potersi rispondere da sé, ripartendo dai fremiti che suscita nei cuori di ognuno. Ci ricorda, senza bisogno di parole, che diventare adulti non significa smettere di sognare, né smettere di provarci se è per noi un processo caduto in disuso e divenuto obsoleto. Ogni anno ci restituisce, anche solo per una sera, la parte più autentica di noi stessi, sotto un’accezione rinnovata. Quella che sa ancora credere nell’incanto, che si lascia trasportare, che guarda in alto magari con brividi di paura, ma mai priva di ardore e gioia.
Eleonora Carcarino
