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Intervista a Devid Strussiat: Isonzo, Land Art e moltissimo altro

Mi imbatto in Devid Strussiat in occasione del Festival di arti nella natura Aeson, su cui scrivo un articolo per Il Meridiano e, immediatamente, le sue parole o, meglio, il senso profondo delle sue opere e degli eventi che ruotano attorno ad esse mi colpisce. Devid è una persona altruista nel senso artistico del termine, un uomo a cui stanno a cu…
 |  Redazione  |  Notizie

Mi imbatto in Devid Strussiat in occasione del Festival di arti nella natura Aeson, su cui scrivo un articolo per Il Meridiano e, immediatamente, le sue parole o, meglio, il senso profondo delle sue opere e degli eventi che ruotano attorno ad esse mi colpisce. Devid è una persona altruista nel senso artistico del termine, un uomo a cui stanno a cuore le connessioni reali, profonde, naturali fra le persone e che concepisce l’arte in questo solco.

Dal suo modo di porsi semplice e alla mano forse non si intuirebbe la solidità del suo background culturale, basti citare la laurea con lode in design multimediale al Politecnico di Milano, la quantità di lavori che ha curato e co-prodotto (oltre 230 opere di arte ambientale) o di spettacoli performativi che ha proposto (oltre 350), eppure la sua ricchezza si svela immediatamente, basta sentirlo descrivere quel “legame emotivo” che intende stabilire con l’osservatore e quella sorta di “nuova mitologia” plasmata da leggende e racconti delle comunità locali sulle cui basi, è convinto, poggi un’importante forma di sviluppo sostenibile.

Cantautore polistrumentista, appassionato di etnografia e di tradizioni rurali, si occupa anche di grafica, design, fotografia e allestimenti multimediali. Il suo percorso artistico è indissolubilmente legato all’Isonzo. È, infatti, ideatore e curatore del già citato festival AESON, che si tiene annualmente nei territori della foce del fiume, uno dei luoghi deputati anche per le sue installazioni di Land Art (arte della terra, caratterizzata cioè da un intervento diretto dell’artista nel territorio, creando opere che si integrano nel contesto naturate- ndr). Ma non solo, i lavori di Strussiat popolano molti altri spazi della regione e oltre, arrivando fino alla Corea: un lupo ardito che balza da dietro a un masso, un pesce guizzante ai margini di un sentiero montano, due gru che si affrontano ad ali spiegate, un dinosauro che scruta fra i rami di un bosco… 

È proprio la land art che cattura la mia attenzione. Perché proprio questa forma e questo linguaggio? È la prima cosa che gli chiedo.

All’inizio la land art è stata per me un modo spontaneo per coniugare le mie ricerche artistiche con il paesaggio fluviale dell’Isonzo, dove sono cresciuto, nei territori di Fiumicello. Fin da bambino ho giocato con la natura che mi circondava e crescendo questo legame si è trasformato in una simbiosi profonda, che ha accompagnato i miei cambiamenti interiori ed evolutivi.

Il fiume e il bosco sono, per me, luoghi dell’anima. Il desiderio – forse anche irrazionale – di esprimere questo legame ha preso forma nel tempo attraverso le pratiche artistiche.
Mi sento fortunato: ho avuto amici con cui condividere un modo simile di stare al mondo, non eravamo soli. E con il passare degli anni, quando la vita tende a portarci lontano, a separarci, mi chiedevo: come possiamo restare in contatto con quel sentire comune?

Nel 2008, da questa domanda è nato un progetto. In quel periodo lavoravo nella comunicazione per la Riserva Naturale della Foce dell’Isonzo, e sentivo forte il bisogno di affiancare alla narrazione scientifica della natura un racconto più umano, più empatico, che parlasse del rapporto quotidiano tra natura e comunità. Così è nata l’idea di sviluppare percorsi di arte ambientale da condividere con amici e invitare artisti capaci di reinventare, attraverso la loro sensibilità, il modo di guardare il paesaggio.

Quell’intuizione iniziale ha generato un flusso di idee e progetti che continua ancora oggi, ampliandosi e trovando casa anche tra altri artisti e operatori culturali. Il Friuli Venezia Giulia, oggi, è uno dei territori europei con la più alta concentrazione di opere di land art e land-artisti: penso sia qualcosa di cui essere orgogliosi! Un’unicità che mostra un lato inedito di queste genti.

Una delle caratteristiche cardine di quest’arte è la non permanenza. Le opere sono destinate a dissolversi, disperdersi in quella natura che ha fornito il materiale con cui sono state modellate. Come vivi questa transitorietà?

La non permanenza è un punto centrale. Viviamo in una società ossessionata dall'accumulo: oggetti, relazioni, spazi… Come se ciò che resta fosse più importante di ciò che scorre. In realtà, saper lasciare andare è un atto di maturità, individuale e collettiva.

La natura della land art ci invita ad abbracciare l’impermanenza, a riconoscerla come parte della vita. L’infanzia, la giovinezza, la vecchiaia… tutto è destinato a mutare, a dissolversi. Ma spesso tendiamo a nascondere questa verità dietro illusioni di solidità, alimentando paure e dipendenze.

Essere consapevoli della nostra transitorietà è anche un gesto di responsabilità verso chi verrà dopo. Una statua di bronzo può essere un’eredità pesante, simbolo dell’ego di chi l’ha realizzata, senza tener conto dei bisogni delle generazioni future. Una scultura naturale, invece, si dissolve lasciando spazio a nuovi immaginari. La land art parla al nostro tempo e, quando sparisce, permette ad altri di reinventare la narrazione del paesaggio. 

Inoltre, la land art apre un dialogo profondo con il passato: con le tecniche artigiane, i saperi rurali che stanno scomparendo, i materiali naturali che un tempo erano la norma e oggi sono stati quasi ovunque sostituiti da produzioni industriali. Ma forse l’aspetto più affascinante di questo processo è la possibilità di osservare e comprendere la stagionalità del mondo organico, e di intrecciarla con il tempo della creazione artistica.

I tuoi lavori hanno sempre una forte dimensione ecologica oltre che sociale. Qual è, secondo te, la funzione dell’arte e dell’artista oggi?

Per me l’arte ha oggi il compito di ricostruire un legame emotivo tra le persone e lo spazio che abitano. Il paesaggio non esiste in sé: esiste nello sguardo, nell’ascolto, nel tempo che decidiamo di dedicargli. L’arte in natura può diventare uno strumento potente per restituire attenzione, per generare dialogo tra le persone e l’ambiente.

Con AESON stiamo costruendo una piattaforma culturale che unisce ricerca artistica, attivazione sociale e rigenerazione territoriale. Il progetto nasce da un bisogno reale: quello di raccontare i luoghi non urbani non solo attraverso il filtro tecnico, ma con una narrazione più umana, condivisa, sensibile.

In questi anni, come artista e coordinatore, ho visto nascere centinaia di opere temporanee, frutto di relazioni tra artisti, paesaggio e comunità. Ciò che mi interessa è attivare processi, non monumenti. Seminare esperienze che generano continuità, alleanze affettive, visioni comuni.

In questo senso, la nostra è una proposta culturale che ha un impatto concreto, educativo e intergenerazionale. Parliamo con scuole, famiglie, giovani artisti, amministratori locali, altre associazioni o operatori culturali, costruendo percorsi in cui l’arte è un catalizzatore di attenzione e consapevolezza. È un modello replicabile e già in parte raccolto da altre realtà.

In un tempo di crisi ecologica e relazionale, credo che l’arte debba servire a farci tornare sensibili: aprire spazi di ascolto, rigenerare linguaggi, connettere bisogni. Laddove si crea un legame affettivo con il paesaggio, lì può nascere anche una nuova forma di cittadinanza ecologica.

Il nostro lavoro si muove proprio su questa linea sottile, tra poesia e progettualità, tra fragilità e visione.

Hai nuovi progetti in questa direzione?

Sempre. Lavoro meglio in dialogo tra più progetti, in uno stato di “multitasking creativo” che mi tiene connesso e ricettivo.

Entro la fine dell’anno uscirà il mio nuovo lavoro discografico, un viaggio personale profondo, che mi ha permesso di scavare in radici linguistiche e culturali che fino a poco fa erano silenziose.

Dal punto di vista della land art, sto approfondendo alcune tecniche artigianali e rurali, con l’intenzione di integrarle nella produzione di nuove opere. Mi sembra una buona strada imparare saperi antichi, diventare un po’ custodi di tradizioni dimenticate e farle risuonare in chiave attuale.

Con AESON stiamo già immaginando nuove traiettorie pluriennali. Lavoriamo come sempre a partire dai bisogni delle comunità locali, ma cercando anche di intercettare temi più ampi, europei, legati alla transizione ecologica, alla cultura pubblica e alla cura del paesaggio. AESON per me non è solo un evento: è un laboratorio a cielo aperto, una rete di relazioni, un organismo vivo che si rigenera ogni anno e che cresce insieme a chi lo attraversa. La sfida ora è capire come consolidare questa esperienza senza irrigidirla, come restare fedeli allo spirito giocoso e sperimentale che ci anima fin dall'inizio, e allo stesso tempo aprirci a nuove forme di collaborazione, anche a livello istituzionale. E sì, anche continuare a divertirci, insieme a vecchi e nuovi amici, mentre tutto questo prende forma. 

Poco da aggiungere a questi concetti e a queste parole. Gli artisti come Strussiat offrono, nel parere di chi scrive, ancora prima dell’arte, conforto e consolazione perché animati da qualità più uniche che rare in questi tempi piuttosto egoriferiti: la visione dell’altro e la volontà di avvicinare le persone.

Martina D’Adamo

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