Giovani e politica, un paradigma da rovesciare

Non credo di svelarvi nulla, cari lettori, quando scrivo queste parole: “i giovani sono disinteressati, svogliati, avulsi dalla politica”.
Quanto spesso si sentono queste parole? Troppo, forse anche in maniera ripetitiva e stancante.
Ebbene è così, lo dicono i numeri, i dati, lo dimostra la società nella quale viviamo e siamo immersi quotidianamente. I giovani sono disinteressati, incapaci di leggere il presente e fare leva sul proprio futuro, avere uno sguardo proiettato in avanti.
Ma sono davvero incapaci di farlo? Siamo davvero diventati tutti così svogliati?
La risposta per chi vi scrive è presto detta, ed è un secco e sonoro “no”.
Risalendo di pochi decenni la nostra storia, nostra come Italia ma anche Europa, i giovani del secondo dopoguerra, del boom economico e della Guerra Fredda, nonostante le macerie, la devastazione e la distruzione lasciatasi alle spalle avevano qualcosa in cui credere, qualcosa per cui lottare e qualcosa in cui riconoscersi, ovverosia le contrapposizioni geopolitiche e di potere che imperversavano e nutrivano di pura linfa il desiderio e l’immaginazione.
“Mala tempora currunt, sed peiora parantur”, questo era forse il pensiero quotidiano in quegli anni; nonostante ciò, nonostante i diritti civili ancora in via di sviluppo, le fresche conquiste di uguaglianza e una istruzione ancora in fieri, c’era la possibilità di identificarsi, di riconoscersi e di lottare per una prospettiva, un’idea, una cultura e un modo di essere.
L’identità e l’appartenenza sono due concetti fondamentali per costruire una partecipazione, creano desiderio e speranza, sguardo al futuro.
I giovani sono esuberanti per natura, puri, pieni di energie, e tale portamento deve per forza sfociare all’interno di un conflitto, badiamo bene, di idee, interpretazioni e dialogo.
Il sano conflitto può nascere solamente però se c’è qualcosa, o qualcuno, che può far nascere e attrarre desiderio nelle nuove generazioni, e non lo precluda.
Se il desiderio, inteso come ricerca della gioventù, della bellezza e della vita, non riesce ad essere percepito, il conflitto sfocia nella violenza; sì, ma quale? La peggiore che ci possa essere: il rifiuto della politica, quindi per meglio dire il rifiuto verso sé stessi e la propria esistenza, assunto che la politica, nel senso più alto del termine, sia partecipazione ed il pennello che può dipingere i giorni a venire di ognuno.
La vera sfida identitaria e di appartenenza dei nostri giorni deve essere rovesciata: le nuove generazioni ormai non vivono più un mondo contrapposto tra diverse culture, ideali ed appartenenze, bensì esso è strettamente interconnesso.
Non è un caso che in tale interconnessione ci sia un’esplosione di richieste d’aiuto e di ascolto del proprio disagio psicologico; non essendoci appartenenza, non essendoci sana diversità da cui far nascere un conflitto da cui ne deriverebbe una sintesi basata sul dialogo e la partecipazione, le nuove generazioni sembrano perdersi e rimanere eteree.
Forse, l’attuale mancanza di appartenenza si potrebbe risolvere non con lo sviluppo di ulteriori violenze e contrapposizioni, muri e guerre come sono state conosciute nell’ultimo Novecento, ma con il rilancio della cooperazione tra individui accomunati da un unico vero obiettivo: la valorizzazione dell’individuo, delle sfaccettature che la psiche porta con sé, diverse in ognuno di noi, e per questo fortemente identitarie.
Tommaso Cozzi










