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Bloomsday: a Trieste una settimana di conferenze e seminari su James Joyce

Non è più solo il 16 giugno, il celebre Bloomsday, il giorno consacrato a James Joyce e al suo monumentale Ulisse. A Trieste, la città dove lo scrittore irlandese visse, insegnò, amò e divenne padre, l’universo joyciano si espande. Dal 29 giugno al 4 luglio, la Trieste Joyce School, organizzata dall’Università di Trieste, dall’omonima Trieste Joyc…
 |  Redazione sport  |  Notizie

Non è più solo il 16 giugno, il celebre Bloomsday, il giorno consacrato a James Joyce e al suo monumentale Ulisse. A Trieste, la città dove lo scrittore irlandese visse, insegnò, amò e divenne padre, l’universo joyciano si espande. Dal 29 giugno al 4 luglio, la Trieste Joyce School, organizzata dall’Università di Trieste, dall’omonima Trieste Joyce School e con il patrocinio dell’Ambasciata d’Irlanda, apre le sue porte a studiosi, appassionati e curiosi per una settimana di conferenze, seminari, passeggiate letterarie e incontri in ogni angolo della città. Ma perché proprio queste date? “Perché fu proprio in questo scorcio d’estate del 1909 che Joyce fece ritorno in Irlanda con suo figlio Giorgio, nato a Trieste, per presentarlo alla famiglia d’origine,” spiegano gli organizzatori. “Un breve ritorno che si concluse con una fuga: l’Irlanda gli apparve ancora più chiusa, bigotta e ostile. Trieste era la sua casa.” Un dettaglio storico spesso trascurato, che oggi si trasforma in spunto per estendere l’evento letterario più iconico del mondo anglofono: Joyce non è solo Dublino, è anche — e soprattutto — Trieste. In questa città cosmopolita, fra caffè, porti e lingue che si intrecciano, scrisse gran parte delle sue opere fondamentali: Gente di Dublino, Ritratto dell’artista da giovane, e le prime pagine proprio dell’Ulisse. Ogni mattina, il cuore pulsante del festival si ritrova nelle sale eleganti del Palazzo Gopcevich, per conferenze accademiche con inizio alle 9.30; poi, nel pomeriggio, i seminari al Dipartimento di Studi Umanistici aprono riflessioni interdisciplinari su Joyce, la letteratura del modernismo e il ruolo dell’esilio. La sera, invece, la città si trasforma in un palcoscenico diffuso: letture teatrali, concerti, performance e incontri animano piazze e caffè, dove l’eco del “flusso di coscienza” si mescola a quello dei brindisi estivi. Tra i volti che spiccano tra il pubblico, quello sorridente di Senan Molony, giornalista dell’Irish Independent, arrivato a Trieste per seguire il festival.

Lo intercetto sotto un sole cocente, mentre fotografa il Canal Grande: “In Irlanda non abbiamo questa luce,” mi dice ridendo beato. “Ma abbiamo Joyce. Vederlo risplendere qui, in questa città che gli ha dato così tanto, è emozionante. È come se la letteratura fosse viva, e parlasse tutte le lingue del mondo.”

Molony non è l’unico: tra i partecipanti, numerosi studenti del Dipartimento Umanistico, giovani triestini e moltissimi irlandesi con la maglietta dell’evento indosso. Il loro entusiasmo è contagioso. Alcuni leggono brani del Finnegans Wake al bar sotto il palazzo Gopcevich, altri discutono animatamente sull’analisi sintattica di Molly Bloom nei cortili del dipartimento. Un melting pot di accenti, età e passioni, proprio come Joyce avrebbe voluto, proprio in questa città.

La Trieste Joyce School è un rilancio. Un invito a rileggere il Novecento con occhi nuovi, partendo da una città che, da sempre, è ponte tra mondi. E mentre il sole tramonta sul Golfo, si ha l’impressione che anche Joyce, almeno per questa settimana, abbia deciso di restare, camminando sullo sfondo del canale, non più solo come statua.

Eleonora Carcarino

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