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Salute e sicurezza dei lavoratori, servono prevenzione e cultura

Nella suggestiva cornice di San Servolo, la conferenza dedicata alla salute e alla sicurezza dei lavoratori si è trasformata in un potente appello collettivo: serve un’inversione di rotta. E serve ora. Perché l’infortunio sul lavoro non è solo una statistica, ma la prova concreta che qualcosa nel nostro sistema – culturale, normativo e umano – non…
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Nella suggestiva cornice di San Servolo, la conferenza dedicata alla salute e alla sicurezza dei lavoratori si è trasformata in un potente appello collettivo: serve un’inversione di rotta. E serve ora. Perché l’infortunio sul lavoro non è solo una statistica, ma la prova concreta che qualcosa nel nostro sistema – culturale, normativo e umano – non funziona. “La salute riguarda tutti”, è stata la frase più pronunciata della giornata. Un principio semplice, eppure costantemente ignorato nei fatti. Chi decide – si è detto – spesso dimentica. Dimentica che il lavoratore non è solo un soggetto di diritti, ma anche di doveri. E che questi doveri non possono essere svolti senza strumenti adeguati, senza formazione, senza qualcuno che si prenda la responsabilità di dire: “Mi interessa che tu stia bene”. “Non sono la balia di nessuno”, dicono certi datori di lavoro. Ma è un errore grave. È proprio questo atteggiamento a generare disastri: perché la sicurezza è una questione di cultura, non solo di obblighi. La normativa da sola non basta – è stato ricordato da molti relatori. Serve prevenzione, non solo protezione. Serve cultura, non solo assicurazione. Ad accendere la riflessione è stata l’oncologa Simona Liguori, che ha lanciato una provocazione illuminante: “La cultura della sicurezza deve essere come la legge di gravità: anche se non la vediamo, sappiamo che esiste. E agiamo di conseguenza.” Un esempio efficace, che riassume l’urgenza di un cambiamento sistemico. Perché oggi si guarda, ma non si vede. Si lavora, ma senza consapevolezza. Si formano operai in poche ore, e poi si chiedono loro mansioni ad altissimo rischio. Intanto, i “grandi vecchi” non insegnano più. E il prezzo lo si paga in vite spezzate. A portare un punto di vista fresco ma inquieto è stato anche Tommaso Cozzi, studente di Medicina, che ha chiesto: “Come imprimere nella popolazione una vera cultura della sicurezza?” La risposta è unanime: formazione continua, verifica costante, e lavoratori formati che diventino a loro volta formatori. Solo così si può interrompere il ciclo della disattenzione e dell’incuria. Non si può ignorare poi che il mondo del lavoro è cambiato: oggi i giovani italiani evitano i mestieri dell’edilizia e nelle scuole edili ci sono quasi solo stranieri, spesso senza un’adeguata formazione linguistica e professionale. Non si può pensare di comunicare i rischi in poche ore di “formazione rapida”. Perché ogni lavoratore è un mondo: ha la sua storia, le sue difficoltà, le sue fragilità. E trattarlo come un numero è pericoloso quanto ingiusto. Durante la conferenza si è anche ricordato un dato che parla da sé: ogni euro investito in sicurezza ne genera due di ritorno. Ma le aziende – per ignoranza o per avidità – preferiscono tagliare, accorciare, delegare. O peggio, scaricare la responsabilità sull'assicurazione, dimenticando che la cura viene dopo la prevenzione. E a volte troppo tardi. La conclusione è forte e netta: serve un ritorno alla dignità del lavoro. Serve una società più comunitaria, meno atomistica, dove le persone vengano prima del profitto. Dove non si accetti mai che la morte di un lavoratore venga derubricata a “fatalità”. Alla domanda finale – “Cosa può fare la Regione Friuli Venezia Giulia?” – Simona Liguori ha risposto senza esitazione: “Informazione. Informazione. Addestramento.” Tre parole semplici, ma potentissime. Che diventano un manifesto da consegnare a chi ha il potere – e il dovere – di agire. Perché, come disse De André, siamo tutti coinvolti. E oggi soprattutto, si capisce, non possiamo più permetterci di far finta di niente.

Eleonora Carcarino

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