Iperconnessi e invisibili: il paradosso di Muggia e la fine del vicinato
C’è un paradosso che grava come un macigno sulla nostra epoca: non siamo mai stati così connessi, eppure non siamo mai stati così soli. Lo smartphone in tasca ci promette il mondo intero a portata di pollice, ma intanto, a pochi centimetri da noi, oltre la parete del salotto, può consumarsi l’inimmaginabile nel silenzio più assoluto. L’ultima conf…
| Redazione sport | Editoriali
C’è un paradosso che grava come un macigno sulla nostra epoca: non siamo mai stati così connessi, eppure non siamo mai stati così soli. Lo smartphone in tasca ci promette il mondo intero a portata di pollice, ma intanto, a pochi centimetri da noi, oltre la parete del salotto, può consumarsi l’inimmaginabile nel silenzio più assoluto. L’ultima conferma, drammatica, arriva da Muggia. I carabinieri, entrati in un appartamento di viale XX Aprile, hanno scoperto una donna di cinquantasette anni che conviveva da almeno due anni con il cadavere mummificato della madre ottantaquattrenne, occultato sotto un cumulo di vestiti. Due anni. Settecentotrenta giorni in cui nessuno — non un vicino, non un parente, non un conoscente — si è domandato che fine avesse fatto quell’anziana donna. Una storia che a Trieste non rappresenta un caso isolato: la cronaca recente ne registra troppe, tutte accomunate dallo stesso, assordante sottofondo di indifferenza.
Eppure, basta tornare indietro di trent’anni per ritrovare un tessuto sociale radicalmente diverso. Negli anni Ottanta e Novanta, in un caseggiato di Trieste come di qualsiasi altra città italiana, sparire per mezza giornata era un’impresa quasi impossibile. La signora del piano di sopra conosceva i tuoi orari, il pensionato del piano terra ti chiedeva conto di un rientro tardivo, la vicina bussava alla porta se non ti vedeva sul pianerottolo da troppo tempo. Non era invadenza: era una rete di protezione spontanea, fatta di sguardi, saluti sulle scale, pacchi di zucchero prestati e rituali condivisi. In quegli anni, era persino normale che un quattordicenne restasse a casa da solo o si occupasse dei fratelli minori mentre i genitori erano al lavoro. Era un’educazione alla responsabilità, non un abbandono. Oggi, un simile scenario riferito a un assistente sociale rischierebbe di trasformarsi in un fascicolo burocratico. Abbiamo costruito un sistema iperprotettivo per i minori, ma contemporaneamente abbiamo smantellato l’architettura sociale che, nei fatti, proteggeva davvero tutti.
Cosa è cambiato nel frattempo? Abbiamo barattato l’interazione reale con la sua imitazione digitale. Inviamo centinaia di messaggi a persone che non incontriamo da mesi, ma ignoriamo il nome di chi vive oltre la nostra porta blindata. Mettiamo "mi piace" alla foto di un conoscente in vacanza dall'altra parte del globo, mentre a pochi passi da noi una vita si spegne senza lasciare traccia. I social network ci hanno offerto una scorciatoia emotiva: l’illusione di esserci senza la fatica di restare. Un cuoricino al posto di una telefonata, un’emoji al posto di un abbraccio. È un contatto a basso costo e altrettanto basso valore. E quando una persona scompare dal flusso algoritmico, non scatta alcun allarme: si deduce semplicemente che abbia smesso di postare.
La verità scomoda è che la solitudine è diventata una vera emergenza sanitaria, riconosciuta come tale anche dall'OMS. Non riguarda solo gli anziani: colpisce i giovani con centinaia di amici online e nessuno da chiamare il sabato sera, le madri che allattano nel silenzio di una stanza scrollando lo schermo, i lavoratori in smart working che non incrociano uno sguardo umano per giorni interi. A Trieste, città con l’età media tra le più alte d'Italia, questa fragilità è una ferita aperta. Le case popolari e i palazzi del centro custodiscono esistenze recluse dietro porte a cui nessuno bussa più. E quando quelle porte vengono abbattute — spesso troppo tardi — il silenzio che ne fuoriesce testimonia il fallimento di un modello sociale che credevamo evoluto.
Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di rimettere lo smartphone al suo posto: uno strumento, non un sostituto. La vera sfida è tornare a salutare il vicino in ascensore, a chiedere alla signora del piano di sotto se abbia bisogno della spesa, a notare se le persiane di un appartamento restano chiuse troppo a lungo. Sono gesti minimi, gratuiti, capaci di salvare una vita o, quantomeno, di restituire dignità alla morte. La vera rivoluzione post-digitale sarà riscoprire che la comunicazione più autentica non passa per un display, ma per uno sguardo. Perché una comunità non si misura dal numero di follower, ma da quante persone si accorgerebbero se domani, semplicemente, non ci fossimo più.
F.K.










