Trieste, migrante in arresto cardiaco: è scontro totale sulle prassi di accoglienza

Il grave episodio avvenuto il 10 gennaio 2026 presso i magazzini del Porto Vecchio di Trieste, dove un cittadino nepalese di 43 anni è stato soccorso in arresto cardiaco, ha riacceso con forza il dibattito politico e sociale sulla gestione dell'accoglienza in città. L'uomo, che secondo le ricostruzioni fornite dal Consorzio Italiano di Solidarietà (ICS) accusava già da giorni forti dolori al petto, si trova ora ricoverato in condizioni critiche all'ospedale di Cattinara. La denuncia delle organizzazioni che operano sul campo è netta: il malore non sarebbe un evento imprevedibile, bensì la tragica conseguenza di un sistema che costringe i richiedenti asilo in una "zona grigia" di precarietà e marginalità. Risulterebbe infatti che l'uomo avesse cercato invano di avviare le procedure per l'asilo già nei giorni precedenti, scontrandosi con ostacoli burocratici e rallentamenti presso la Questura, nonostante le segnalazioni formali inviate dagli operatori legali. Sulla questione è intervenuto duramente il Partito Democratico triestino, che tramite la segretaria Maria Luisa Paglia ha criticato le risposte dell'amministrazione comunale, definendo superficiali le dichiarazioni del sindaco e giudicando del tutto insufficienti i venti posti letto attualmente disponibili per l'emergenza freddo. Il PD sottolinea come la mancanza di servizi di bassa soglia accessibili senza barriere trasformi la burocrazia in un rischio reale per la vita umana, specialmente in un contesto climatico reso difficile dalla bora e dal gelo. Ancora più aspro il tono di Rifondazione Comunista, che parla esplicitamente di responsabilità istituzionali pesanti, citando i decessi già avvenuti in regione alla fine del 2025 e sollecitando l'apertura immediata di spazi adeguati, come l'ex mercato coperto di via Gioia, per garantire riparo e cure mediche dignitose. L'episodio del Porto Vecchio diventa così il simbolo di una frattura profonda tra la città visibile e quella nascosta che vive ai margini, riportando l'attenzione sulla necessità di passare dalla gestione emergenziale a una tutela reale e tempestiva dei diritti fondamentali, per evitare che la "non accoglienza" continui a produrre conseguenze drammatiche sulla salute dei più fragili.
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