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Pillole di stagione, Zinnanti: "Il dramma di Muggia, gli angeli del Burlo, Osimo"

 |  Redazione sport  |  Commento del giorno
Mauro Zinnanti
IL DRAMMA DI MUGGIA: RIPOSA IN PACE, PICCOLO ANGELO!
 
La cronaca, nuda e cruda, lascia senza parole. Lo scorso mercoledì sera, chiamati da una disperata telefonata del padre, i Vigili del fuoco che per primi sono entrati nell'appartamento della madre in Piazza Marconi a Muggia si sono trovati davanti ad una scena drammatica. In bagno, in un lago di sangue, è riverso il corpo di Giovanni Trame, nove anni, con "ferite di arma da taglio al collo". Vicino un coltello da cucina. Nel corridoio la madre, sotto choc, con delle ferite ai polsi e sulle braccia. Una scena terribile, di quelle che nessuno vorrebbe mai vedere in vita sua e che, se accadono, segnano indelebilmente la memoria di una comunità. Dalla Questura un sintetico comunicato riassume quanto accaduto: "gli immediati accertamenti hanno permesso di ricostruire la dinamica dei fatti attribuendo la responsabilità del gesto alla madre, che ha tentato successivamente di togliersi la vita".
Il bambino, secondo quanto emerso, è stato oggetto di una lunga ed estenuante contesa tra i genitori divorziati. Il papà Paolo, muggesano, operaio specializzato al Sincrotrone (di fatto, unica fonte di reddito del nucleo familiare) e la mamma, l'ucraina Olena Stasiuk, persona fragile sia mentalmente che economicamente e che ha fatto di quel figlio l'unica ragione di vita. Querele e controquerele, perizie psichiatriche,  pesanti accuse nelle aule del tribunale e davanti a psicologi ed assistenti sociali.  La madre, per la sua situazione di sofferenza mentale, era stata seguita per un periodo dal Centro di salute mentale di Domio ma poi le sue condizioni erano risultate in miglioramento al punto che, a seguito di una perizia redatta ad aprile di quest'anno dalla psicologa Erika Jakovcic, da maggio il tribunale aveva accordato alla madre tre visite settimanali al figlio, di cui una, il mercoledì, da sola, senza la presenza dei Servizi sociali. Il padre in tutti questi anni non ha mai smesso di lanciare reiterati allarmi sulla permanente condizione di fragilità psicologica della madre, temendo fortemente per la vita del figlio e ciò sia in relazione a ripetute minacce della madre "ricordati bene che se io muoio, anche Giovanni muore con me", sia ad episodi come il tentativo di strozzare Giovanni, attestato da un verbale di Pronto Soccorso risalente a giugno 2023. Insomma, una situazione a forte rischio al punto che il legale del padre, l'avvocato Gigliola Brigida, non ha difficoltà ad affermare, con le lacrime agli occhi, che: "questa è una tragedia annunciata, il fallimento di un sistema che avrebbe dovuto proteggere il minore e che invece non l'ha fatto". Ritengo che non servano ulteriori parole a descrivere la situazione. Ciò che lascia basiti è che non si sta parlando di un dramma accaduto in una metropoli dove è più facile (anche se non dovrebbe accadere) che certe situazioni sfuggano, ma di un fatto, tragico, accaduto in un contesto molto circoscritto. Una piccola cittadina, Muggia, in cui tutti (o quasi) si conoscono e dove la famiglia era seguita sia dai Servizi sociali del Comune sia dalla Parrocchia in quanto Giovanni si stava preparando alla prima Comunione.  Non solo. Il bimbo era ben inserito a scuola, l'elementare Bubnic (con lingua di insegnamento slovena) e giocava a calcio nei Pulcini del Muggia. Insomma, erano tanti gli ambienti di socializzazione frequentati dal bambino ma questo non è servito a proteggerlo dalla madre. In questo, purtroppo, il padre Paolo era stato, qualche anno fa, un lucido profeta: "se succederà qualcosa a Giovanni, qualcuno ne risponderà". Così si legge nella memoria in cui il padre si opponeva nel 2021 alla richiesta presentata dalla ex moglie al Tribunale civile di Trieste di veder da sola il figlioletto. Il tragico epilogo, accaduto mercoledì scorso (proprio il giorno in cui la madre era stata autorizzata ad incontrarsi da sola col figlio!), conferma, senza ombra di dubbio, quanto fondati fossero i timori paterni. Mi attendo, come tutti credo, che oltre alla madre anche altri soggetti (che hanno avuto un preciso ruolo in questa vicenda) siano chiamati a risponderne. Non per desiderio di vendetta, ma perché in futuro nessuno possa nuovamente affermare: "io l'avevo detto, ma nessuno mi ha ascoltato".  
 
GLI ANGELI DEL BURLO
 
Scala D, primo piano, palazzina del glorioso Ospedale materno-infantile Burlo Garofolo. Lì si trova la terapia intensiva neonatale. Lì vengono ricoverati i bimbi nati prematuramente, prima della 37esima settimana di gestazione. Lì un'equipe multidisciplinare, composta da medici, infermieri, fisioterapisti, psicologi, logopedisti, operatori sociali e anche figure spirituali, compie giornalmente dei veri e propri miracoli. I ricoveri, come riporta la stampa quotidiana, sono di media trecento all'anno, con provenienza da tutta la regione, ma anche da più lontano. I casi trattati sono uno diverso dall'altro ma ogni anno viene individuato un "capitano" della squadra dei cuccioli, ovvero il prematuro più piccolo che è riuscito a vincere la battaglia più importante, ovvero quella per la vita. Quest'anno, la capitana è Ginevra, nata lo scorso agosto con un peso di 490 grammi (dopo 25 settimane di gestazione) ed arrivata ora a quasi due chili di peso. Oltre all'immenso ed impagabile lavoro del personale del Burlo, va ricordato anche il prezioso aiuto delle associazioni di volontariato "Scricciolo" ed "Abc" che sostengono le famiglie dei piccoli pazienti. E' un'eccellenza tutta triestina di cui andare fieri e lo si sente nelle parole di Gabriele Cont (presidente della Fondazione Burlo):" sono storie come queste che parlano di un gran lavoro di squadra, dove il bambino e  la famiglia sono i protagonisti principali che quotidianamente sono supportati a 360 gradi dall'intero staff della terapia intensiva".  Ovviamente, attesa la particolare fragilità dei neonati, il reparto è aperto h24 per le mamme e i papà ed anzi viene favorito in tutti i modi l'approccio "Kangaroo care", ovvero il contatto pelle a pelle tra genitori ed il neonato che, secondo recenti studi, favorisce la crescita cerebrale, la neuro-protezione, la prevenzione delle infezioni e il controllo del dolore. Attualmente, vengono ammessi in reparto anche i nonni e, previo parere favorevole dello psicologo, anche i fratelli e le sorelle del piccolo paziente.
Il 17 novembre è la Giornata mondiale della prematurità: quale occasione migliore per sostenere un'eccellenza come il Burlo che tanto fa per tanti, piccoli cuccioli?
 
10 NOVEMBRE 1975: OSIMO, UN TRATTATO CHE FA TUTTORA DISCUTERE 
 
Sono oramai passati cinquant'anni dal famoso Trattato italo-jugoslavo di Osimo che regolò in maniera definitiva la situazione al confine orientale della penisola. Dopo una trattativa volutamente tenuta segreta per i timori di una forte reazione popolare guidata da quel mondo degli esuli che per anni aveva creduto alle lusinghe alimentate da alcune forze politiche sulla possibilità del ritorno della sovranità italiana sulla Zona B (grosso modo l'Istria slovena e quella croata sino al Quieto), a Villa Leopardi Dittajuti  a Osimo (provincia di Ancona), i ministri degli esteri jugoslavo Minic e italiano Rumor firmarono gli Accordi di Osimo. Con quella firma si pose fine ad ogni possibile rivendicazione territoriale sancendo lo status quo, ovvero l'appartenenza all'Italia della Zona A (ovvero il territorio della provincia di Trieste) e della Zona B alla Jugoslavia. Fu un accordo sofferto che vide protagonisti, negli ultimi quattro anni di trattative, due esperti economici, Eugenio Carbone per l'Italia e Boris Snuderl per la Jugoslavia, con l'evidente finalità di trovare, risolta una volta per tutte la questione confinaria, forme innovative di collaborazione economica tra i due stati confinanti. Spingeva in questo senso il contesto geopolitico internazionale con la necessità, sentita da tutto il mondo occidentale, di agganciare la Jugoslavia all'Europa, sottraendola alla sfera di influenza sovietica, anche nell'ottica di un prossimo tramonto, per ragioni anagrafiche, del fondatore della Jugoslavia stessa, Josip Broz Tito. Il timore che serpeggiava in molte cancellerie occidentali era, infatti quello che, morto lui, sarebbe presto iniziata una fase di dissoluzione del mosaico jugoslavo, con le varie tessere spinte nelle più diverse direzioni e con la possibilità che molte di quelle tessere sarebbero potute finire sotto l'orbita sovietica. In effetti, quella facile profezia si è poi avverata e col senno di poi si capisce un po' meglio la vera corsa all'accordo che si percepiva in quegli anni. C'era in piedi anche lo spirito della Conferenza di Helsinki in cui il mondo orientale e quello occidentale si accordarono per ristabilire la sicurezza e la cooperazione in Europa, riconoscendo come dato di fatto ineludibile le rispettive sfere di influenza, come scaturite all'esito della seconda guerra mondiale. In definitiva, era necessario, per più ragioni, consolidare (e presto) i confini e offrire, soprattutto alla città di Trieste, una prospettiva di rilancio economico che disegnasse un futuro di prosperità per le popolazioni contermini. Da lì nacque l'idea della zona franca industriale sul Carso, a cavallo del confine.  Trieste si ribellò: si vide piombare addosso, senza alcuna forma di consultazione preventiva, un confine a pochi chilometri dal centro cittadino (subito da tanti come una  grande ingiustizia) e, quale non richiesta e non voluta, contropartita una zona franca industriale sul Carso, vale a dire nel polmone verde della città. Giovane di belle speranze, partecipai anch'io a parecchie manifestazioni popolari dell'epoca, assistetti all'epopea del Comitato dei dieci e alla raccolta delle 65 mila firme contro la Zfic (zona franca industriale sul Carso) e per la Zona Franca Integrale allargata a tutta la provincia di Trieste. Da lì, anche grazie al supporto di media quali Il Piccolo e la neonata Tele 4, ecco l'affermarsi del fenomeno Lista Per Trieste che si abbatté come un tornado sulle forze politiche tradizionali (primo esempio del genere in tutta Italia!) e  che resse per alcuni anni il governo della città. La Zfic, grazie alla spinta popolare e alla discesa in campo di politici di peso nazionale quali Pannella ed Almirante, venne tolta dal tavolo e ci volle una lungimirante politica regionale per avviare progetti di cooperazione economica transfrontaliera.  Solo con la nascita ufficiale (ed il rapido riconoscimento italiano) delle nuove repubbliche di Slovenia e Croazia e la loro successiva adesione all'Unione Europea, la cooperazione divenne collaborazione e grazie ad alcune iniziative fortemente simboliche (su tutte, il concerto dei tre presidenti in Piazza Unità e l'omaggio, mano nella mano, di Mattarella e Pahor alle vittime delle foibe ed al cippo dedicato agli antifascisti sloveni fucilati) oggi si può fondatamente parlare di rapporti di solida amicizia tra Italia, Slovenia e Croazia, impegnate a costruire un futuro di "benessere e stabilità per le rispettive comunità. Segno concreto, in questo continente, di affermazione dei principi di libertà, uguaglianza, democrazia e rispetto dello stato di diritto",  così il Presidente della Repubblica Mattarella in occasione del discorso pronunciato per il cinquantennale del Trattato.
Nel mio piccolo, ferme restando le gravi responsabilità politiche di chi concluse la vicenda confinaria con forme e metodi inaccettabili proprio per il mancato rispetto di quei principi democratici invocati dal nostro Presidente, mi ritengo fortunato a vivere oggi a Trieste, città di confine, da intendersi non come limite ma come ponte che unisce popoli con tradizioni e lingue diverse, ma accomunati dall'identico destino europeo.
 
Mauro Zinnanti