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Il mare che abbracciò la montagna: quando Grado aprì le sue porte agli sfollati del terremoto del 1976

A cinquant’anni dal devastante terremoto che sconvolse il Friuli, la memoria collettiva non restituisce soltanto il ricordo del dolore e delle macerie, ma illumina anche una delle più straordinarie pagine di solidarietà della storia italiana. Tra i capitoli meno noti ma più profondi di quella gigantesca macchina dei soccorsi c’è l’incredibile espe…
 |  Denis Locoselli  |  Notizie
A cinquant’anni dal devastante terremoto che sconvolse il Friuli, la memoria collettiva non restituisce soltanto il ricordo del dolore e delle macerie, ma illumina anche una delle più straordinarie pagine di solidarietà della storia italiana. Tra i capitoli meno noti ma più profondi di quella gigantesca macchina dei soccorsi c’è l’incredibile esperienza di accoglienza vissuta da Grado, la cittadina lagunare che, alle soglie del gelido inverno del 1976, si trasformò nel rifugio sicuro di un intero popolo ferito.
 
Dopo la prima devastante scossa di maggio, la terra friulana continuò a tremare per mesi, culminando nei violentissimi eventi sismici di settembre che distrussero anche le speranze di una rapida ricostruzione. Con l'inverno alle porte e migliaia di persone rimaste improvvisamente senza un tetto sotto cui ripararsi dal freddo, divenne necessario evacuare i paesi della fascia pedemontana e montana. Fu in quel momento di massima emergenza che la solidarietà superò i confini geografici, unendo idealmente il mare e la montagna.
 
Grado rispose alla chiamata con una generosità senza precedenti. Gli alberghi, le pensioni e le case vacanza, che solitamente si svuotavano alla fine della stagione estiva, riaprirono le porte per ospitare circa 6.500 sfollati. Intere famiglie, anziani e bambini che avevano visto i propri paesi ridotti in polvere trovarono nella comunità gradese non solo un riparo caldo, ma una vera e propria famiglia allargata. I cittadini si mobilitarono come un solo corpo per garantire pasti, vestiti, assistenza medica e, soprattutto, il calore umano necessario a superare il trauma della perdita.
 
Quell'inverno del 1976 cambiò per sempre il DNA di entrambe le comunità. Nacque un legame indissolubile, fatto di sguardi, di gratitudine profonda e di amicizie nate nella precarietà che hanno saputo resistere al passare dei decenni. Ricordare oggi, in occasione del cinquantesimo anniversario, quella grande prova di partecipazione collettiva non significa solo celebrare il passato, ma rinnovare il valore universale dell'altruismo e della coesione di fronte alle grandi tragedie della storia.
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Parole chiave: Grado
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