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Al Caffè Knulp si ricorda Srebrenica: dolore, silenzio, lacrime e la fisarmonica di Atif Krdzic

C’era caldo, lunedì sera al Caffè Knulp, ma nessuno sembrava farci caso. La sala era piena, stipata come raramente capita anche nei locali più amati. Sedie accostate, gente in piedi, qualcuno seduto per terra con la schiena appoggiata al muro. Si parlava di Srebrenica. Di dolore, di silenzio, di storia. Di Europa. Non era una conferenza accademic…
 |  Redazione sport  |  Notizie

C’era caldo, lunedì sera al Caffè Knulp, ma nessuno sembrava farci caso. La sala era piena, stipata come raramente capita anche nei locali più amati. Sedie accostate, gente in piedi, qualcuno seduto per terra con la schiena appoggiata al muro.

Si parlava di Srebrenica. Di dolore, di silenzio, di storia. Di Europa. Non era una conferenza accademica. Era qualcosa di più vero, più fragile. Azra Nuhefendic, giornalista e scrittrice bosniaca trapiantata in Italia, ha parlato con voce ferma, senza retorica, con quella lucidità che solo chi ha attraversato la tragedia può permettersi. “Non parlo per rabbia,” ha detto, “parlo perché se non lo faccio io, chi lo farà?” A fianco a lei, Simone Malavolti, storico e profondo conoscitore dei Balcani, ha ricostruito i fatti con precisione e passione. Ha raccontato come si è arrivati al luglio del 1995, alle fosse comuni, al tradimento delle Nazioni Unite, al genocidio di oltre 8.000 uomini e ragazzi musulmani. Ma ha parlato anche di oggi: dei negazionismi, dei muri che ancora dividono, della fatica che l’Europa fa nel guardarsi allo specchio.

Poi, tra un intervento e l’altro, il silenzio. E la musica. Atif Krdzic, musicista originario di Tuzla, ha suonato dal vivo. Solo con la sua fisarmonica, ha regalato momenti che non si dimenticano. Canzoni bosniache malinconiche, lente, che sembravano uscite da un’altra epoca e invece parlavano esattamente di questa.

Alcuni occhi si sono riempiti di lacrime senza nemmeno rendersene conto. In quella sala del Knulp, la memoria non era un esercizio intellettuale. Era viva, personale, condivisa. Una signora ha alzato la mano per dire che ricordava le immagini in TV, ma allora non aveva capito. Un ragazzo ha chiesto come si insegna Srebrenica a scuola. Una studentessa ha letto un frammento di testimonianza raccolto anni fa da un documentario. Trieste, da sempre sospesa tra Est e Ovest, ha ascoltato. E in tanti, alla fine, si sono fermati fuori a fumare, a bere, a parlare sottovoce. Non per chiudere la serata, ma per tenerla ancora un po’ aperta. In un angolo, Azra sorrideva malinconica. “La memoria non serve a consolare,” ha detto mentre raccoglieva le sue carte, “serve a tenere svegli.” E questa notte, al Knulp, nessuno nessuno ha dormito. Ma tutti hanno capito qualcosa in più. Anche solo un frammento. E non è poco.

Eleonora Carcarino

Parole chiave: Trieste
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